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La riscoperta del filosofo Pantaleo Carabellese
15 febbraio 2022

È da qualche anno che a Molfetta si è tornati a discutere pubblicamente di Pantaleo Carabellese (Molfetta 1877 – Genova 1948), figura di grande rilievo del Novecento filosofico italiano, ancorché sottovalutato in vita e dimenticato dopo la morte. Il 2021 non è stato da meno: il 22 e il 23 ottobre, nell’aula magna del Pontificio Seminario Regionale “Pio XI” si è tenuto il convegno Filosofia Concretezza Insegnamento in Pantaleo Carabellese, organizzato dai Licei Einstein/Da Vinci e dall’Opera Pia Monte di Pietà e Confidenze di Molfetta, con il patrocinio dell’Università degli Studi di Bari, dell’Università degli Studi di Perugia, della Società Filosofica Italiana e di Exprivia s.p.a. L’obiettivo dell’iniziativa è stato proseguire il discorso cominciato (o meglio sarebbe dire “ri-cominciato”) nel 2018, con il convegno Pantaleo Carabellese filosofo arcaico?, che ha di fatto segnato un rilancio degli studi carabellesiani (l’ultimo evento risaliva al 1977, in cui ricorreva il centenario della nascita), e sfociato nella pubblicazione degli atti in un volume intitolato Pensiero e responsabilità in Pantaleo Carabellese. Una filosofia del concreto (Stilo Editrice), a cura di Alberto Altamura, tra i principali promotori dell’iniziativa. Dopo i saluti di apertura di Giuseppina Bassi, Dirigente dei Licei di Molfetta, Costantino Esposito, Decano del Dipartimento di Ricerca e Innovazione Umanistica dell’Università di Bari, ha proposto tre “immagini” che possono restituire in un colpo d’occhio la rilevanza di Carabellese anche al di là della sua polemica col neoidealismo italiano: anzitutto, il Carabellese traduttore di Kant, e in particolare dei Prolegomeni e degli Scritti precritici, vere e proprie pietre miliari degli studi kantiani in Italia; in seconda battuta il Carabellese pensatore del concreto, che ha saputo mostrare come la concretezza non sia soltanto – per dirla con Heidegger – essere “sotto-mano”, né pura coscienza, ma la loro tensione reciproca; e poi il Carabellese storico della filosofia, in grado di far emergere la propria proposta teoretica anche – se non soprattutto – attraverso l’invito a ripensare i classici. La Professoressa Furia Valori ha ricordato come questi convegni riaprano finalmente un dialogo su Carabellese, anche se le ricerche sul suo conto non si siano mai del tutto interrotte, soprattutto presso l’ateneo perugino. Ai saluti si sono uniti la Professoressa Annalisa Caputo, Presidente della sezione barese della SFI, Francesco Forliano, dirigente dell’Ufficio Scolastico Regionale per la Puglia, e, nella seconda giornata, Don Giovanni Caliandro, Rettore del Seminario, e Domenico Favuzzi, Presidente di Exprivia. Come da titolo, le tredici relazioni hanno tentato di enucleare tre snodi fondamentali del pensiero carabellesiano. Lo hanno fatto partendo dalla lettura di una delle opere più importanti del filosofo, Che cosa è la filosofia? (1921-1942), una cui nuova edizione è da pochissimo stata curata per Morlacchi da Marco Moschini, che ha tenuto l’intervento introduttivo. Ricostruendo le ascendenze teoretiche dell’opera di Carabellese, Moschini ha messo in risalto i moventi (problemi?) speculativi che hanno condotto alla composizione dell’opera, e ha sottolineato la complessità e vitalità degli indirizzi filosofici dell’Italia del primo Novecento: indirizzi spesso in opposizione tra loro, ma proprio per questo in grado di generare un dibattito acceso e fecondo. L’ontologismo critico di Carabellese sorse da questo contesto e seppe catalizzarne gli impulsi in maniera originale e agonistica nei confronti delle filosofie egemoni di Croce e Gentile: Che cosa è la filosofia? mostra le conseguenze inaccettabili dei loro sistemi ed è, secondo Moschini, una silloge che il Carabellese all’apice della sua carriera accademica volle offrire del proprio itinerario. A tal proposito, Moschini ha constatato la mancanza di un resoconto storico dei contenuti dell’ontologismo critico, troppo facilmente liquidato come “filosofia minoritaria”, auspicando che in futuro si colmi questa lacuna. Augusto Ponzio ha insistito sul valore che l’alterità ha nel concreto secondo Carabellese: essa non è soltanto il “non” di me, ma il con-esserci degli io, la solidarietà dei diversi soggetti nell’unicità dell’essere oggettivo. In questo il filosofo molfettese si riconnette a grandi nomi della filosofia contemporanea, come quello di Emmanuel Lévinas. Sulla scia della centralità dell’altro, Julia Ponzio ha affrontato il rapporto con l’alterità del testo filosofico nella ricerca storico- teoretica di Carabellese. Individuando una precisa analogia con alcune tesi di Jean- Luc Nancy, Ponzio ha mostrato che la distinzione posta da Carabellese tra filosofia e pensiero richiama a quella tra la fine e la morte della filosofia stessa. La fine della (o di una) filosofia significa la possibilità di riviverla, ricontestualizzarla, reinterpretarla in modo da rimettere in moto il pensiero. “Oltre” l’autore di un testo si staglia il suo futuro: rileggere e ridire le sue dottrine significa reinnescare il processo del filosofare, proiettandolo al di là dei suoi stessi approdi. Questo era il particolare metodo di “lettura” di Carabellese, adottato ad esempio ne Il problema della filosofia in Kant: è perché il filosofo “finisce” che la filosofia non muore; e pertanto l’autore va studiato non per arrestare il pensiero, pacificato dalla presunta “conquista” della verità, ma per “smontarlo” e con i pezzi ottenuti montare un nuovo testo, rivivificare la filosofia, riavviarla lungo sentieri nuovi. Partendo dalle Considerazioni inattuali di Nietzsche, Marco Casucci ha riflettuto sul senso della “inattualità” della filosofia in Carabellese. Stando al tedesco, “inattuale” (un-zeit-gemäss) significa “non commisurato al tempo”: la filosofia è in quanto tale “inattuale”, perché è considerazione del senso ultimo della realtà. Da questo punto di vista, si deve parlare di una distinzione, non di una opposizione, tra tempo ed eternità: c’è sia un tempo fenomenico (cioè successivo) del filosofare, sia un suo tempo effettivo (cioè intensivo) che contempla gli aspetti eterni dell’essere. In questo sta il carattere “chiasmatico” del pensiero carabellesiano, per cui la sovranità del filosofare non sta in una particolare superiorità dei filosofi, ma nella rara capacità dei pochi di ragionare su ciò che in tutti esiste come germe di ricerca. Alla luce di questo si spiegano la “superbia”, il “sacrificio” e la “tragicità” che Carabellese assegna alla condizione del filosofo. Giuseppe Guastamacchia ha inserito Carabellese e Croce, che polemizzarono a più riprese sullo statuto della filosofia, all’interno di un milieu di ascendenza kantiana. Da qui si è spinto ad avanzare l’ipotesi per cui tutto il neoidealismo italiano potrebbe essere letto, più che come un hegelismo, come una particolare forma di neokantismo. Sia Alberto Altamura sia Mario de Pasquale hanno concentrato i loro interventi sul rapporto tematizzato da Carabellese tra la coscienza comune e la filosofia. Recuperando la lettura di Giuseppe Semerari (allievo di Carabellese e maestro di molti dei relatori), secondo Altamura la coscienza comune andrebbe letta husserlianamente come un pensare “pre-teoretico”: un minimale intendimento reciproco che andrebbe distinto dalla coscienza volgare, che è invece filosofia ormai mummificatasi, un mucchio di dottrine non più problematizzate. Avanzando alcune riserve su quest’ultimo punto, De Pasquale si è soffermato maggiormente sulla filosofia dell’insegnamento di Carabellese, che potrebbe riassumersi con la seguente affermazione tratta da Che cosa è la filosofia?: «Tutto l’insegnamento deve essere filosofico […] chi propone alla scuola, come fine, l’utile alla vita, la snatura e la corrompe». Nella seconda giornata, Furia Valori ha proposto un’ampia e documentata ricostruzione dell’itinerario di Carabellese, con particolare attenzione alle differenze che intercorrono tra le tre edizioni della Critica del concreto, il suo capolavoro. Ne è emerso che per la piena maturazione del pensiero del Molfettese hanno giocato un ruolo importantissimo il ripensamento dell’interpretazione di Kant, un significativo impiego dei concetti e del lessico di Rosmini, ma anche una sempre più spiccata curvatura ontologica, che secondo Valori aprirebbe un orizzonte problematico tutto da indagare: se inizialmente Carabellese assegnava ai soggetti e all’oggettività dell’essere una pari dignità, nelle ultime fasi gli individui sono pensati come “alterazioni” dell’unico Dio. In questo modo il “tu” non è più un “altro da me”, ma un “altro me”. Ferruccio De Natale ha poi illustrato in che senso, per Carabellese, l’idealismo postkantiano è tacciabile di “intellettualismo”. Se intellettualismo significa dualismo, paradossalmente anche le filosofie di Croce e Gentile, generalmente considerate monistiche o monolitiche, devono considerarsi tali. Per dirla con Semerari, il loro è un “conoscitivismo”: tutto ciò che non è conoscenza è fuori dal soggetto. E allora ecco che la realtà torna a frangersi: da una parte un super-soggetto conoscente, dall’altro tutto il resto, ridotto a “vana ombra”. A parere di Carabellese le filosofie di Croce e Gentile riducono la filosofia a puro “buon senso”, o al massimo a metodologia della ricerca storica; nel caso di Gentile, “immersione” nella storia dello spirito e della cultura. Se la filosofia non rappresenta una riflessione sulla prassi, è “chiacchiera”: un’attività sublime ma inconcludente (questa l’accusa che Croce rivolgeva al filosofo di Molfetta). Per Carabellese, invece, la filosofia andava difesa nella sua autonomia e irriducibilità rispetto alle esigenze del senso comune: doveva essere interrogazione radicale, pensiero critico non assoggettabile a nulla, nemmeno alla storia. Vien da chiedersi se su questo punto, nonostante tutte le condanne e le dichiarazioni di sconfitta, oggi non abbia vinto il paradigma neoidealista. A chiudere il convegno, gli interventi di Rossana de Gennaro sulla libertà della filosofia in Carabellese, di Sabino Lafasciano sul ruolo del maestro nelle riflessioni carabellesiane sull’insegnamento e di Annalisa Caputo su come scrivere un saggio argomentativo. Una lodevole caratteristica di questi convegni è infatti quella di essere coordinati a un certame carabellesiano rivolto a studenti delle scuole e dell’università: ogni anno vengono scelti dei brani tratti dalle opere di Carabellese, corredandoli di materiali critici tra cui rientrano gli stessi paper dei relatori, su cui i concorrenti dovranno produrre un saggio breve. L’Ing. Sergio de Ceglia, Presidente dell’Opera Pia Monte di Pietà e Confidenze di Molfetta, nel suo saluto di chiusura si è soffermato sulle finalità dell’iniziativa, individuandole nella volontà di diffondere il pensiero del filosofo molfettese e, soprattutto, nel desiderio di estendere la ricerca accademica al mondo della scuola, mettendo a contatto i giovani con il non sempre facile linguaggio della filosofia e promuovendo in loro una buona dimestichezza con il pensiero critico. A me sembra che questo convegno abbia mostrato che studiando Carabellese è possibile riaprire i grandi problemi della filosofia e dialogare in maniera originale con i suoi protagonisti. Ciò fa del filosofo pugliese un momento decisivo della storia del pensiero italiano, come io stesso ho cercato di mostrare nella relazione presentata al convegno: Carabellese è stato un punto di riferimento imprescindibile per autori e correnti che hanno preso strade diverse e avuto un maggiore impatto successivo, ad esempio il neoscolastico Bontadini e la sua filosofia neoclassica. Carabellese forse ha pagato il suo attaccamento alla polemica anti-gentiliana (ma del resto a quel tempo o si filosofava con Croce e Gentile o contro di loro) e, come già sosteneva qualcuno nel 1977, il suo disinteresse nei confronti di certi filosofi contemporanei non italiani, con cui pure il suo pensiero presenta interessanti affinità. Ciò non significa che l’ontologismo critico non possieda un valore peculiare: esso ha costituito un’alternativa radicale al pensiero di Croce e Gentile proprio negli anni della loro egemonia, non semplicemente prendendone le distanze, ma avanzando sul loro stesso terreno. Inoltre, un motivo fondamentale è proprio la concezione carabellesiana della filosofia. Quest’ultima non è concepibile come strumento per orientarsi nella vita e nella condotta ma conserva una sua “specialità”: essa è inappagabile riflessione sul problema dell’essere, sforzo mai estinguibile dei soggetti umani di pensare il senso della realtà. La coscienza ha insomma delle esigenze “pure” su cui la filosofia – e solo lei – è chiamata a riflettere, ogni volta riconquistando l’oggetto del suo problema. È un tema molto attuale, su cui saranno chiamati a ragionare gli studenti che parteciperanno al Certame Filosofico Nazionale Carabellesiano che avrà luogo dal 7 al 10 aprile: e questo è un motivo in più per rallegrarsi che Carabellese sia tornato a Molfetta! Antonio Lombardi

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