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La nuova monografia su Ada de Judicibus Lisena
15 febbraio 2022

È appena stata pubblicata dalla casa editrice Bastogi la monografia Il pensiero sognante. La poesia di Ada De Judicibus Lisena, per opera di Marina Caracciolo, saggista milanese residente a Torino. Un tassello che si aggiunge ai due volumi di Vincenzo La Forgia, al recente, lucido, libro di Marco Ignazio de Santis dal titolo La poesia degli “istanti puri” di Ada De Judicibus Lisena (Solfanelli, Chieti 2019) e ai numerosi contributi dedicati alla scrittrice molfettese da vari studiosi. Il libro, di fattura pregevole, presenta in copertina la riproduzione di un olio su tela di Will Barnet, traduzione pittorica perfetta di quello ch’è il Leitmotiv dell’interpretazione di Caracciolo: lo scandaglio del “pensiero sognante”, declinato nei “voli vaghi e leggeri” di cui la studiosa tesse le fila muovendo dagli scritti d’esordio della poetessa. Marina Caracciolo, di cui segnaliamo anche la bella monografia su Imperia Tognacci (ancora edita da Bastogi nel 2020), agisce in una sorta di rispecchiamento con la coscienza dell’autrice, mostrandosi in piena sintonia con la visione del mondo e dell’esistenza della De Judicibus e coniugando il rigore scientifico con la qualità della scrittura, elegante e limpida. L’opera si compone di dodici brevi capitoli, che ripercorrono le varie tappe della produzione dell’autrice, dalla Cortina dei cedri sino ai recenti Versi da Milano, in parte pubblicati sulla storica rivista “La Vallisa” e ora offerti in appendice alla monografia, quale nuova tappa dell’itinerario lirico della De Judicibus Lisena. Quest’ultima, infatti, da due anni risiede nel capoluogo lombardo, in cui ha vissuto il trauma collettivo del diffondersi della pandemia, che, nelle sue prime fasi, ha investito duramente la città. Di ogni raccolta Caracciolo offre una descrizione caratterizzante, puntellando la sua trattazione con le voci degli studiosi che di volta in volta si sono approcciati ai versi della De Judicibus Lisena e offrendo, al contempo, stralci o riproposizioni, in alcuni casi, di intere poesie dell’autrice. Ne vien fuori una trattazione agile e coerente in ogni sua parte, che segue il fil rouge di quelle “invisibili ali” per effetto delle quali i versi di Ada “Sembrano planare da misteriose alture con la levità di una piuma oppure, al contrario, librarsi in voli senza peso verso spazi indeterminati”. Perché il mistero è la cifra inesauribile della produzione artistica della De Judicibus Lisena e non a caso l’aggettivo ‘arcano’ è una delle parole chiave per accostarsi alla sua scrittura. Scrittura che coniuga la levitas propria di chi è nel cuore “segno d’aria” con il composto attraversamento del destino di dolore cui ogni essere umano prima o poi va incontro, il quale emerge con nitore nelle Note ai margini di una pena. Molto condivisibili, a tal proposito, le osservazioni che Caracciolo avanza sulla scomparsa del gatto, constatata dall’autrice al ritorno alla sua casa-veste amata dopo aver accompagnato il marito ricoverato in un ospedale del Nord: “la scomparsa del gatto diviene quasi un simbolo: un vuoto, un piccolo strappo, una scalfittura che è rimasta nell’anima, come se il dolore sofferto volesse dire: ‘io ci sono stato, però”. Nel microcosmo della scrittrice, infatti, il venir meno di ogni elemento, anche piccolo e agli occhi altrui non particolarmente significante, diviene causa di un’incrinatura lacerante. L’intimismo e il lirismo non escludono la denuncia: molto bene, a nostro avviso, a proposito di Segno d’aria, Caracciolo cita le parole di Donato Valli per cui dal “nettare dolce” di questa poesia si erge “la forza dell’opposizione, della resistenza, della denuncia”. Un’analisi accurata, dunque, nell’approccio alle poesie così come alle prose di Le parole, i silenzi, sommessa e al contempo vigorosa auscultazione di donne violate dalla storia. Chiudo con un’espressione d’apprezzamento per i Versi da Milano. Rapiscono quei Giardini pensili, “eco delle origini, / miraggio della casa antica /che aveva per tetto il cielo”. Il motivo della “casa antica” ci sembra essere un po’ il mito personale della De Judicibus LIsena. La scopriva nella campagna intorno a Molfetta nei testi in cui si inebriava della primavera, del contatto con la natura. La risentiva nel “verde fogliame”. L’ha cercata tra i nembi, da “acchiappanuvole”… E ora ne scorge una declinazione nei tetti di Milano. Ma l’incanto è lacerato dall’esplosione, inattesa, tragica, della pandemia, che domina l’intensissimo piccolo canzoniere della “donna alla finestra”. Si tratta di una vicina di cui la poetessa incrocia lo sguardo e da cui è fortemente incuriosita: “Darei oro per i suoi pensieri”. Poi l’arrivo del virus; il viso della donna è allora in parte celato da quella “farfalla biancheggiante” che tutti ormai ben conosciamo, ma che finisce col divenire emblema e figura di Morte, quasi fosse un agente patogeno che “le divora la faccia”. Poi la donna svanisce, forse risucchiata nel gorgo dal morbo; straziante è il contrasto tra la desolazione della sua assenza e il rigoglio della “sua veranda” che “lussurreggia di primavera”. Svanisce per poi ricomparire in un sogno livido e angosciante, che l’autrice descrive nella sua spettrale orrida consistenza. E così ritorna nei versi il pensiero dell’Incognita, quella Morte di cui tante volte la De Judicibus ha già immaginato e descritto con pudore e delicatezza l’ipotetico arrivo. La sua non è però una parola definitiva, perché al suono delle sirene dell’ambulanza, suo araldo, si affiancherà, nel febbraio 2021, il cantare sottovoce di Irene, preludio a un ritorno del vivere, della speranza nel domani. “Irene canta sommesso: / (…) Intima, con lei canta la casa”. © Riproduzione riservata

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