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Un contratto di nolo del 1713 Appunti di storia
15 ottobre 2023

L’ olio, le mandorle, le carrube, ecc. erano i principali pro dotti delle nostre campagne; il surplus della loro produzione, rispetto al consumo locale, veniva espor tato. Tale commercio trovava sbocco sui mercati dell’Alto Adriatico, negli empo ri di Ferrara, Venezia, Trieste e Fiume. La marineria molfettese, percorrendo in lungo e in largo le acque dell’Adria tico, svolgeva un ruolo di primo piano su questi mercati per il collocamento di questi prodotti. Il contratto di nolo, risalente al 1713, che proponiamo all’attenzio ne del lettore, è uno dei tanti rintrac ciati presso diversi archivi di Molfetta, Bari, Trani, Napoli, Trieste e Venezia ecc. Viene qui presentato per il sem plice fatto che riporta, in modo mol to chiaro, le consuetudini nei rapporti commerciali del tempo. Adì 28 decembre 1713. Molfetta. Ha fatto caricare col nome di Dio a buon sal vamento in questo Porto di Molfetta il Sig. Marco Antonio Colaianni sotto coperta della Marsiliana nominata S. Francesco da Paula e S. Antonio da Padua, padro nizzata dal padrone Francesco Sasso di detta Città, per condurre e consegnare in questo suo presente viaggio farà piacendo al Signore in Ferrara al sig. Felice Coen, o a chi per lui, botte n. sei, ogli gialli, chia ri, e lampanti, piene à cacone, ben condi zionate, segnate col seguente segno di ferro a fuoco C.+C. E così promette detto pa drone al suo salvo arrivo consegnarle. Ese guita la real consegna li sarà pagato di Nolo ducati quattro e tre quarti di banco per ogni migliaro. E per essere cossì la veri tà s’è fatta la presente firmata dal scrivano di detto padrone. E Nostro Signore l’ac compagni a salvamento1. L’abate Marco Antonio Colaianni, esponente di una famiglia oriunda di Bari in ascesa nella società molfettese, era solito commerciare olio, mandorle e altri generi ricavati dai suoi fondi rusti ci, come pure impiegava molte somme di denaro a cambio marittimo, lucrando i relativi interessi, piuttosto remunerati vi. In quella occasione, sulla stessa mar ciliana di padron Francesco, aveva fatto caricare altre sei botti destinate a Vene zia e da consegnare ai signori Giovanni e Giulio Roselli. In questo caso il nolo era di ducati quattro e mezzo per ogni Le botti di Olio Sasso in attesa di essere imbarcate nel porto di Oneglia miliaro di olio (il miliaro era costituito da quattro salme, e ogni salma era ugua le a circa 164 kg)). Alcuni mesi prima, precisamente nel mese di settembre del lo stesso anno, il Colaianni aveva spedi to altri dodici miliari di olio e 15 miri al sig. Giulio Maffei di Venezia sulla tar tana chiamata La Madonna dei Marti ri e S. Francesco da Paula di proprietà di Giuseppe de Achellis e da questi padro nizzata. La marciliana era una tipica barca da trasporto molto usata dalla marineria adriatica tra il XV e la prima metà del XVIII sec. Tra il 1500 e il 1612 tra ga leoni, schirazzi, bertoni, caravelle e al tri tipi di barche non specificate, pronte per salpare cariche di olio da Molfetta per Venezia, la marciliana risulta essere il tipo di naviglio più presente. Aveva sca fo tondo con poppa quadra e prua leg germente tozza; a tre alberi con due vele quadre per ciascun albero di maestra e trinchetto (questo molto inclinato verso prua), mentre l’albero di mezzana aveva la vela al terzo2. L’olio esportato era di buona qualità; ciascuna botte era piena fino al foro del tappo, detto pure cacone. In proposito la Scardigno, nel suo lessico, alla voce ca còene riporta: grosso tappo da botte. Al so stantivo cacone era legata una tassa, detta incaconatura, che si pagava alla Dogana locale. La famiglia Passari di Molfetta ri scuoteva questo diritto, oltre a quello detto della statera. Esigeva cinque grana per ogni cantaro di merce che si espor tava o si importava, pesato sulla bilancia nella Dogana; un grano poi per cacone su ciascuna botte d’olio che si esportava dal porto di Molfetta. Queste due im posizioni traggono origine da una con cessione fatta nel 1432 da Francesco e Luigi Caracciolo ad Angelo Passari e poi confermata dalla regina Giovanna II, per i suoi servizi resi alla Corona. Questo di ritto è stato riscosso fino alla seconda metà del XVIII sec. dalla famiglia Ciani Passari di Ruvo3. Era uso comune marcare le proprie botti con dei segni particolari in modo che al ritorno esse fossero riconsegna te ai rispettivi proprietari. La capacità di ciascuna botte, era variabile, però pos siamo dare almeno un’indicazione: nel 1791 a Molfetta si costruirono delle bot ti per olio della capacità di tre salme e mezzo l’una, pari a circa 574 kg4. Uno dei pericoli, sempre incombenti sulla sorte dei naviganti, era quello di es sere catturati dai corsari barbareschi, per poi essere liberati dopo parecchio tempo dietro il pagamento di un riscatto. Non fu immune da tale spiacevole circostanza il già citato padron Francesco Sasso, che nel 1719 risulta essere schiavo dei bar bareschi di Dulcigno (Montenegro). Il sacerdote don Giovanni Pietro de Pinto, suo cognato, raccolse 74 zecchini pari a 200 ducati per il suo riscatto. La suddet ta somma fu poi consegnata, nel mese di settembre del 1720, a Damiano Bitonne di Ragusa, agente incaricato al riscatto5. Il documento esaminato si apre e si chiude con due invocazioni rivolte a Dio e a Gesù Cristo. A Loro i marinai, prima di ogni viaggio, ricorrevano, affi dandosi con la dovuta fede nella speran za di una felice conclusione del viaggio. © Riproduzione riservata

Autore: Corrado Pappagallo
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