Un proverbio dei kanaki della Nuova Caledonia così recita: “La parola è come il gran de ago che cuce la paglia sul la sommità della casa comune”. La parola crea. È immaginazione, au dacia, passione. Necessaria e importante, la parola ha qualcosa di sacro, se una ha acceso la luce dell’Universo. Pensate: tanto importanti sono le paro le che, ad esempio, l’hanno da tempi im memorabili capito gli abitanti di molte tribù Papuane. Il loro lessico si impoveri sce di continuo perché, dopo ogni mor te, vengono soppressi alcuni vocaboli in segno di lutto (E. Baron). Le parole, nel momento in cui si rivela no attraverso la scrittura, le vediamo av vicendarsi, rincorrersi, talora sfiorarsi, appoggiarsi una all’altra, fino a trasmet tersi carezze o baci e fare all’amore, con un ritmo che può essere lento e meditati vo o, all’inverso, veloce e incalzante. E rimangono, come pietre scolpi te, a tramandare storie, miti, fiabe, in venzioni, tradizioni, accadimenti, sogni, certezze e dubbi o urgenti necessità di comprensione, tutto per dare un signifi cato alla nostra esistenza. O essere, le parole, anche parvenze oscure, riflettersi una nelle altre come in uno specchio, definendo bene i contorni della realtà o, travisate, deformandola, per l’innata capacità di saper rovesciare i si gnificati nascosti in ognuna di esse. Ci sono parole che hanno il soffio uni co di chi le pronuncia e, una volta venute alla luce, ognuna ha una sua storia. Ci sono parole, come libertà amore vita anima, che non hanno mai avuto, non hanno e non avranno mai frontiere, se in contrano chi le pronuncia e chi le ascolta. Possono essere usate in modi diversi, ma non perderebbero mai, né dovrebbero, il loro vero significato profondo e origina le; non possono smettere di parlare, non devono rimanere puro suono affidato al vento che le disperde, ma hanno bisogno di essere affidate a qualcosa che rimanga per sempre: alla scrittura e alla lettura. Si può essere affascinati dalle parole e dal loro senso. Chi le ama può viaggiare con e dentro di esse. Prendete in mano un dizionario e ini? ziate, con una parola, a sfogliarlo. Cercate rimandi e accostamenti ad al? tre parole: salirete su un treno che, da una stazione conosciuta, può condur? re in un luogo lontanissimo, ma sempre a lei collegata, magari per poi ripassarle davanti e capire il senso di quel viaggio. Binari che si intersecano, possono so? vrapporsi, come i sentieri di Borges. Il senso delle parole. La verità che con? tengono. La sacralità di alcune di loro e l’intoccabile significato che rivelano. E an? che talvolta una loro carica rivoluzionaria. Tutto il contrario dell’uso che oggi spes so se ne fa delle parole. Un centro vitale che si sta facendo debole, usato male e in modo improprio, saccheggiato e che a fa tica deve difendersi dal nichilismo dila gante, ormai troppo spesso mascherato da credo religioso, da ipotesi scientifica o da ideologia politica o economica. Può diventare evenienza tragica quel la nella quale le parole dovessero creare il sorgere di conflitti e distorsioni, come quando lasciano il campo alle intolle ranze e alla convinzione che solo i pro pri principi siano quelli legittimi e utili per costruire un modo di essere, principi “giusti “ e quindi “esclusivi “, refrattari al dubbio, ma che tuttavia noi sappia mo invece capaci di provocare i disastri dell’intolleranza, della incomprensione, dell’integralismo, e peggio ancora delle dittature e dei razzismi. Prendiamone una caso: la parola “acco glienza”. La definizione e l’etimologia della paro la ce la risparmiamo. Invece consentitemi di parlarne attraverso due esempi che ci sono stati tramandati da Virgilio, nell’E neide e, prima di lui, da Ovidio. Enea è un profugo, fugge dalla sua pa tria (orientale!) distrutta dalla furia dei greci vincitori nella guerra di Troia. Usa una nave per fuggire, porta con se donne, vecchi, bambini e giovani, cerca un rifu gio. Lo trova a Cartagine, “accolto” e non respinto come nemico o d’altra razza o re ligione. Tale è “l’accoglienza” che addi rittura la regina di Cartagine, Didone, se ne innamora, e non vuole che vada via, e quando invece se ne va, perché il destino del profugo è comunque quello di andare via sempre, lei si dà la morte. Tale è stata la forza “dell’accoglienza”, che la perdita di chi è stato “accolto” genera rimpianto e dolore. Potenza di una parola. Ironia della sorte poi gli dovrà toccare quando, proprio partendo dalla sua espe rienza di “migrante”, fu celebrato dal re gime fascista come il padre della origine italica e di Roma imperiale, in occasione del Bimillenario della nascita di Virgilio. Chissà se qualcuno degli illustri e molto colti eredi di oggi se ne ricorda e come potrebbe conciliare quello che propaganda oggi con quello che propa gandava ieri. Maneggiare la parola “ac coglienza” con disinvoltura o peggio con ignoranza, può riservare sorprese anche poco piacevoli per chi la dovesse usare senza la necessaria attenzione. Il secondo esempio, per capire ancora meglio il significato della parola “acco glienza” è tratto dalle “Metamorfosi” di Publio Ovidio Nasone e riguarda la sto ria di Filemone e Bauci. Zeus ed Hermes avevano vagato per giorni, avevano bussato a centinaia di case, ma nessuno era stato disposto ad “accoglierli”, per dar loro un posto dove rifocillarsi e riposare. Soltanto verso la f ine del loro andare avevano trovato una modestissima casupola in cui abitavano due vecchi, Filemone e Bauci. Il mito a questo punto si riveste di una dolcezza infinita, ma che da sola basterebbe a dare una risposta alla domanda: “che cosa si intende per “accoglienza”. “Accoglienza”, per i due vecchi, è stato accendere il fuoco e riscaldare i viaggiato ri, è stato preparare una zuppa calda con quel poco che avevano a disposizione, si stemare bene il tavolo su cui porre il cibo e pulire il piano passandoci sopra delle fo glie di menta, parlare con loro per cono scerli, bere un bicchiere di vino, preparare un giaciglio per la notte, dando loro l’ac qua per bere e lavarsi. Quando il giorno successivo i due dei, prima di ripartire, chiederanno cosa poter fare per ricom pensare la loro generosità, i due vecchi chiederanno di risparmiare la loro casa da catastrofi e distruzione e poter morire un giorno assieme, così come avevano sempre vissuto, anche se in una povertà dignitosa. I due vecchi quando morirono furono trasformati da Giove in due meravigliosi alberi: un tiglio e una quercia, con i rami intrecciati. Una parola l’“accoglienza”! Ahimè, solo cuori duri, non più avvezzi né a comprensione o a misericordia riusciranno a capire il senso di quella parola o di tutte le al tre parole che possono rendere il nostro mondo diverso da quello che è oggi e di quello che si prepara per il domani. © Riproduzione riservata