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Molfetta affonda nel precariato, appello della Camera del lavoro CGIL ai candidati sindaci
12 maggio 2026

Molfetta, un tempo "motore" economico del Barese, vive oggi un paradosso doloroso. Se da un lato la zona industriale e il distretto commerciale continuano a registrare volumi d'affari significativi, dall’altro il tessuto sociale è logorato da una precarietà sistemica, da un’insostenibile insicurezza sul lavoro e dal tramonto definitivo della sua identità millenaria: la pesca.

A Molfetta il lavoro non manca solo in quantità, manca soprattutto in qualità, stabilità e sicurezza. È una crisi silenziosa ma evidente, che emerge dai dati e dalla realtà quotidiana di centinaia di lavoratori e giovani

Secondo alcuni dati ISTAT riferiti al nostro territorio, il tasso di occupazione a Molfetta è fermo al 37,4%, ben al di sotto della media nazionale del 62%. Ancora più preoccupante è il dato sull’occupazione femminile, che si attesta intorno al 25,2%, segnale di una difficoltà strutturale per le donne nell’accesso al mercato del lavoro.

 Il tasso complessivo di disoccupazione giovanile locale invece ha toccato il 32% circa, delineando un quadro con profonde criticità occupazionali e di precariato. Questo significa che quasi un giovane su tre, a Molfetta, non trova lavoro. Non è solo un problema economico: è una frattura sociale e una emergenza economica.

Secondo i dati regionali e le stime delle associazioni di categoria (Coldiretti Impresa Pesca) inoltre, la flotta molfettese si è ridotta da circa 300 imbarcazioni a meno di 50 negli ultimi vent'anni. La crisi ha spinto parte del settore verso il "grigio": marinai pagati a giornata senza contratti regolari o tutele in caso di infortunio, in un contesto dove il rischio professionale è altissimo.

Dietro questi numeri si nasconde un sistema produttivo che si regge sempre più su lavori precari e poco qualificati. Il tessuto economico cittadino, storicamente legato alla pesca, al porto e al commercio, si è progressivamente spostato verso il terziario e la grande distribuzione. Questo passaggio, però, non ha generato lavoro stabile ma occupazioni spesso stagionali, a basso reddito e con scarse tutele.

In questo contesto cresce inevitabilmente anche il lavoro sommerso. Non esistono dati ufficiali specifici solo per Molfetta, ma è noto che il fenomeno è particolarmente diffuso nei settori presenti sul territorio – commercio, ristorazione, edilizia e servizi. Il lavoro nero diventa invisibile nelle statistiche, ma ben visibile nella vita reale.

E dove c’è precarietà e lavoro nero, la sicurezza sul lavoro diventa secondaria. Anche a Molfetta, come nel resto della provincia di Bari, gli episodi di infortuni e incidenti continuano a ripetersi, spesso legati a mancanza di formazione, ritmi di lavoro elevati e controlli insufficienti. Non si tratta di fatalità, ma di un modello produttivo che scarica i rischi sui lavoratori.

Il risultato più evidente di questo sistema è sotto gli occhi di tutti: i giovani se ne vanno. Molfetta, che in passato era un polo industriale e portuale capace di offrire occupazione, oggi non riesce più a trattenere le nuove generazioni. La trasformazione economica e la mancanza di lavoro stabile spingono molti ragazzi a cercare opportunità altrove, svuotando la città delle sue energie migliori.

Non partono solo i disoccupati. L'emigrazione riguarda soprattutto i giovani laureati (25-34 anni) che non trovano nel territorio sbocchi coerenti con il proprio percorso di studi.

Se un tempo si emigrava per la "fabbrica" al Nord, oggi i giovani molfettesi si spostano verso l'Europa (Germania e Olanda in primis) o verso i centri tecnologici settentrionali, attratti non solo da stipendi più alti, ma da legalità contrattuale e meritocrazia.

È un fenomeno che assume contorni ancora più drammatici, meno giovani significa meno innovazione, meno crescita, meno futuro.

Molfetta si trova così intrappolata in un circolo vizioso:
meno lavoro stabile → più precarietà → più lavoro nero → meno sicurezza → fuga dei giovani.

Spezzare questo circolo non è impossibile, ma richiede scelte politiche chiare, coraggiose. Servono investimenti sul lavoro di qualità, controlli rigorosi contro il sommerso, politiche attive per l’occupazione giovanile e una strategia di sviluppo che non si limiti alla grande distribuzione ma punti su industria, innovazione e valorizzazione delle competenze locali come a d esempio il rilancio del porto e dell’agricoltura locale.

Molfetta rischia di trasformarsi in una "città dormitorio" o in un centro di servizi per il tempo libero, svuotato però della sua forza vitale. Senza una seria politica di repressione del lavoro sommerso, un rilancio del porto che guardi alla sostenibilità e un sostegno reale all'imprenditoria giovanile locale, il futuro della città continuerà a imbarcarsi su un treno o un aereo, con un biglietto di sola andata.

Ai candidati sindaci chiediamo di mettere al centro del dibattito politico cittadino IL LAVORO. Perché senza occupazione dignitosa non esiste sicurezza sociale, senza sicurezza non c’è futuro, e senza futuro Molfetta rischia di perdere definitivamente la propria identità e le sue nuove generazioni.

 SEGRETERIA CAMERA DEL LAVORO CGIL - MOLFETTA

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