L’intramontabile voto di scambio. La denuncia di Andrea de Candia testimone di un episodio a Molfetta
MOLFETTA – La compravendita dei voti, il cosiddetto “voto di scambio”, reato penale, resiste ancora a Molfetta, una città che ha pagato il prezzo di questa vergognosa abitudine che, in alcuni casi, è diventata consuetudine diffusa. Dai 50 euro al voto controllato attraverso la foto del cellulare al seggio, fino al pranzo garantito per evitare il reato. E che dire di certi politici, oggi per fortuna fuori dall’arena politica, che sostavano davanti ai seggi per distribuire volantini e, a volte minacciare, anche con la loro presenza?
Chi credeva che questa spregevole tradizione fosse un ricordo, dovrà ricredersi alla luce della testimonianza di un giovane, Andrea de Candia, che ha pubblicato su Facebook un episodio al quale ha assistito personalmente e che la dice lunga su certi ciambotti che “Quindici” ha etichettato e denunciato da sempre, ma che oggi si ripropongono con soggetti che cercano di rifarsi la verginità a parole, ma non nei metodi e nei fatti. Non è difficile riconoscerli, aiutandosi anche con un po’ di memoria, che spesso viene messa da parte al momento delle competizioni elettorali.
Ad essere vittime di questo voto di scambio mascherato, è sempre gente senza morale, pronta a vendersi per una cena, mercanteggiando la propria dignità (ma per loro questo principio etico non ha alcun senso) per una croce sulla scheda elettorale. Il peso di una croce, titolavamo un nostro editoriale su “Quindici”.
Ma c’è anche chi vive nel bisogno e accetta non la cena per sé (quelli sono i peggiori), ma il pagamento di una spesa al supermarket per le necessità della propria famiglia.
Per combattere questo turpe fenomeno, non bastano le denunce (quando è possibile farle e documentarle), ma occorre una seria politica sociale e soprattutto la credibilità di chi la propone. Ecco perché un candidato non vale l'altro.
Il qualunquismo dell’affermazione: “non vado a votare, perché sono tutti uguali” nasconde una fuga dalla responsabilità di poter cambiare le cose. Non è indifferente l’elezione di Tizio piuttosto che di Sempronio, perché l’errore poi si paga sulla propria pelle. Un esempio per tutti: il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, che sta facendo scempio della democrazia e della vita di milioni di uomini nel mondo, non solo nel suo Paese, mentre lui pensa solo ad arricchirsi sempre di più, la gente diventa più povera e subisce perfino la guerra.
Perciò ci sembra utile rilanciare questo post di Andrea de Candia che fotografa una situazione che non è malcostume, ma un vero e proprio crimine.
Ecco il suo scritto illustrato da un'immagine dello stesso autore della denuncia, generata con l'intelligenza artificiale:
«Oggi, seduto al tavolino di un bar di Molfetta, ho assistito a una scena che mi ha lasciato addosso un profondo senso di rabbia e delusione. Un gruppo di anziani chiacchierava in stretto dialetto, ma il significato del loro scambio era limpido e inequivocabile. Se leggendo queste righe siete portati a pensare che la politica locale funzioni inevitabilmente in questo modo, vi invito a fermarvi: c'è solo da provare una profonda vergogna di fronte a ciò che accade sotto i nostri occhi.
Tra quelle persone, un signore stava raccogliendo consensi per le imminenti elezioni comunali, indicando in modo perentorio di votare un preciso candidato sindaco accoppiato a un preciso candidato consigliere. Non si discuteva di futuro, di programmi o di visione della città. Si stava portando avanti una vera e propria transazione commerciale. Di fronte alle titubanze degli altri anziani, pressati dall'insistenza dell'uomo, è arrivata la domanda che segna l'azzeramento della nostra società civile: "Che ci dai in cambio?".
Le risposte, pur tradotte dal dialetto all'italiano, non perdono un grammo della loro drammatica gravità: "Soldi non ve ne posso dare, non posso andare in prigione per lui. Vi porto tutti a mangiare e pago io."
E la controproposta, lucida nella sua necessità: "Manco la benzina ci puoi dare? Vieni insieme a fare la spesa con noi al posto di portarci a mangiare."
Un pranzo, qualche litro di carburante, un carrello della spesa. Questo è il valore oggettivo che viene dato al governo di Molfetta. Non c'è bisogno di aggiungere giudizi di fronte a un quadro così nitido: siamo davanti alla nuda mercificazione di un diritto fondamentale, costruita sfruttando i bisogni primari delle persone. Chi legge e ritiene tutto questo una prassi consolidata o un banale teatrino di provincia, è complice di un sistema che impoverisce la città per poterla controllare.
C'è però un aspetto altrettanto grave che impone un'indagine sulle nostre responsabilità collettive: come siamo arrivati a questo punto? Quegli anziani seduti al bar rappresentano la fascia più fragile della popolazione. Sono persone spesso schiacciate dall'aumento del costo della vita, da pensioni inadeguate e da un isolamento sociale che le rende vulnerabili. Quando le istituzioni e la comunità scompaiono dalla quotidianità, il voto smette di essere uno strumento democratico e si trasforma nell'unica moneta di scambio rimasta per arrivare alla fine del mese o per riempire la dispensa.
Per sradicare questa dinamica, l'indignazione non è sufficiente. È necessario capire come arrivare a queste fasce di popolazione prima che lo facciano i procacciatori di voti. Dobbiamo ricostruire presidi sociali reali. Dobbiamo riportare l'educazione civica nelle strade, spiegando con chiarezza che la spesa regalata oggi si trasformerà nei disservizi, nella sanità carente e nelle tasse di domani, ipotecando il futuro dei loro stessi nipoti. E infine, dobbiamo denunciare, spezzando il muro di indifferenza che permette a questi reati di consumarsi alla luce del sole. Finché permetteremo che la povertà venga usata come leva elettorale, avremo perso tutti».
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