Ci è venuta in mente, nel dramma di questi giorni dall’Ucraina a Israele, la con troversa definizione di Han nah Arendt, filosofa tedesca ebrea, poi rifugiatasi negli Stati Uniti, “la banalità del male” riferita alle azioni criminali del nazista Adolf Eichmann nell’Olocausto. Eichmann non sarebbe stato altro che un uomo comune, superficiale e medio cre, incapace di pensare al valore morale dei propri atti. Dietro questa medio crità, vi è la banalità del male, poiché sono individui banalmente comuni a poter compiere il male. E’ questo il dramma del nostro tempo, non solo sui fronti di guerra, dove gover nanti senza scrupoli e senza morale ucci dono e massacrano innocenti, ma perfino nei più banali commenti di odio che gi rano sui social. In realtà, il male può ve rificarsi su larga scala e solo per nostra responsabilità. Quando una massa di persone “normali” riempiono il web di minacce e insulti, non possiamo non pen sare che quelle persone non riconoscano la gravità della violenza che producono in rete, ma senza sentirne la responsabilità, quasi che non fossero loro azioni. In fondo sono solo parole, anche quel le di Hitler erano solo parole che gal vanizzarono un popolo portandolo a commettere atrocità sui propri simili, anche bambini innocenti, che nemmeno le bestie commettono. Xenofobia, razzismo, sessismo, fanno parte della nostra vita quotidiana in una realtà virtuale che sembra lontana da noi e la cui violenza non riusciamo a per cepire, perché trasmessa attraverso una tastiera. Come se quelle parole non fos sero violenza reale. Non si vergogna chi scrive parole di odio, come non si vergo gnava Eichmann di sterminare gli ebrei. Ma questa violenza si sta radicando con sempre maggiore frequenza nella realtà in cui viviamo. Ad alimentarla sono anche i politici po pulisti che alimentano l’odio verso gli av versari, considerati nemici, e i migranti, considerati invasori che mettono a rischio il loro benessere e la loro tranquillità ipo crita, magari in nome di un dio che non conoscono e che, anzi, promettono di di fendere, interpretandone anche il pensie ro. “Gott mit uns” era il motto dei nazisti e delle SS: Dio è con noi! Tutto nasce dalla una massa che ha de legato ad altri la propria responsabilità morale, pensando di liberarsi di un peso, allontanandosi dalla logica kantiana del “cielo stellato sopra di me e la legge mo rale dentro di me”. Ed è proprio questa “normalità” ad es sere spaventosa, perché ci conferma che il male può accadere, e accade, su larga sca la se dimentichiamo che ogni nostro ge sto implica la nostra responsabilità. E’ quello che dimostra Putin, quando com mette crimini di guerra, uccidendo senza alcuno scrupolo donne, bambini, anziani in Ucraina e quello che accade in questi giorni tra israeliani e terroristi palestinesi. E, senza andare lontano, è quello che accade ogni ora sul web dove la mas sa di uomini “normali” riempie la rete di insulti e minacce verso chiunque e per ogni cosa, senza riconoscere la gravi tà della violenza che producono sul web, quasi che non si trattasse di loro azioni. E quello che fa un ministro irrespon sabile, quando spinge la massa al di sprezzo contro un giudice che ha osato mettere in discussione una pessima leg ge sull’emigrazione, arrivando a incitare all’odio verso una persona, mettendola anche in pericolo. Non era mai avvenuto prima, ma oggi accade, complici i social e il web, dove la dignità umana non conta, di fronte alle proprie ragioni che non ammettono di essere contraddette. E tutti si fanno for za dell’essere una massa, un gran nume ro che protegge le bestialità del singolo. Proprio perché ormai sembra “ba nale”, normale, leggere insulti pieni di odio, è importante rileggere il passa to e imparare, dove sia possibile, qual cosa dalle lezioni della storia (il caso Eichmann è emblematico). E’ possibile che la storia umana pos sa ripetersi, è già avvenuto che eventi ac caduti una volta si sono ripetuti, anzi la Arendt scrive che «il ripetersi di un’azio ne comparsa una volta nella storia uma na è molto più probabile della sua prima apparizione». La tesi della banalità del male conti nua a essere un utile mezzo di indagi ne della complessità del mondo umano. Spesso giudichiamo o prendiamo deci sioni seguendo la corrente: lo dimostra no nei talk show politici e giornalisti di parte, ai quali spetta solo il compi to di trovare una giustificazione ad una congettura, un assunto del capo del momento. Accadeva con Berlusconi quando si doveva giustificare l’inesisten te nipote di Mubarak, accade oggi con il Meloni quando si deve giustificare la lotta ai migranti. Il male, infatti, spesso non ha nulla di grandioso, si nasconde nella superficiali tà di azioni compiute senza pensare, na scondendosi dietro luoghi e abitudini comuni, per proteggersi dalla realtà che non si sa e si vuole affrontare. Questi nuovi tipi di criminali – come scriveva la Arendt –, che sono in real tà hostis generis humani, ostili al gene re umano, commettono i loro crimini in circostanze che quasi gli impediscono di accorgersi o di sentire che agiscono male. Ma questa non può essere mai una giu stificazione, altrimenti si apre la stra da verso la barbarie: la cecità collettiva si produce sempre nei regimi totalitari, che traggono forza proprio dalla distorsione della percezione e dallo stravolgimento dei principi etici universali, in clima di paura (alimentata da politici irresponsa bili) o di esaltazione, di conformismo e di obbedienza acritica all’autorità che sia essa politica, scientifica (vedi caso Co vid) o religiosa. Additare i propri avver sari alla rabbia popolare come nemici del popolo, nel tentativo di saldare la volon tà della massa a quella del potere, ma è uno strumento per evitare che i cittadi ni possano svegliarsi dal sonno ipnoti co e rivoltarsi contro chi li sta realmente danneggiando. Quando questo avviene, dopo lungo tempo, la reazione è anche peggiore e sproporzionata (vedi Piazzale Loreto con Mussolini e la Petacci). Ezio Mauro ha scritto qualche giorno fa su “Repubblica”, che «scopriamo che le fondamenta dei nostri ideali sono fra gili, le nostre convinzioni deboli, le pro messe incerte, gli impegni intermittenti. L’eterna realpolitik fa sbiadire l’identità valoriale, si salda al nuovo egoismo poli tico, si somma al consumo soltanto indi viduale della libertà, al restringimento di ogni prospettiva, all’esaurimento di qual siasi “causa” generale, alla ricerca in soli tudine di risposte a domande che sono ormai soltanto private, al sentimento di concorrenza tra il mio destino e quel lo altrui: con il futuro che torna ad esse re una sfida tra indigeni e intrusi, in una contesa per lo stesso spazio di vita». Primo Levi ci ha insegnato che lo ster minio nazista fu solo l’ultimo atto di un processo di persecuzione iniziato con la contrapposizione fra “noi” e “loro”, at traverso parole di odio e intolleranza, con la discriminazione. Accade anche oggi, con le fake news, le accuse false e la perversa volontà di punire chi dissen te. Ancora Primo Levi: «Iniziò quando la gente smise di preoccuparsene, quan do la gente divenne insensibile, obbe diente e cieca, con la convinzione che tutto questo fosse “normale”». Ecco perché non possiamo essere in differenti, lo diceva Antonio Gramsci: «Odio gli indifferenti. Credo che vive re voglia dire essere partigiani. Chi vive veramente non può non essere cittadi no e partigiano. L’indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti». Una lezione valida ancora e soprattut to oggi. © Riproduzione riservata
Autore: Felice de Sanctis