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“L’Italia svergogna la guerra” La lettera di Don Tonino Bello ai Parlamentari italiani
15 aprile 2022

Onorevoli Parlamentari, domani vi riunirete per prendere importanti decisioni riguardanti la partecipazione dell’Italia a un conflitto armato, che sembra ormai imminente nel Golfo Persico. Il Popolo italiano, che voi legittimamente rappresentate, in questi giorni ha espresso in mille modi il suo viscerale rifiuto della guerra. Con innumerevoli manifestazioni pubbliche, nelle piazze, per le strade, nelle chiese, con appelli, marce, veglie e preghiere, ha reso onore allo spirito profetico della Costituzione e ha sottratto ai cavilli di tortuose esegesi il nudo parlar chiaro dell’art. 11 secondo cui “L’Italia ripudi la guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”. Ma. Soprattutto, il popolo italiano ha mostrato di aver capito che la guerra, devastante più per i civili che per i militari, è del tutto superata dalla storia e degli scenari dello sviluppo umano. ... la coscienza popolare ha compreso fino in fondo che le armi ripropongono i moduli della barbarie e arretrano l’umanità alle soglie della preistoria. Ascoltate il vostro popolo. Prima di udire il crepitare delle armi e di sperimentare le conseguenze tragiche di un’altra “inutile strage” vi supplichiamo di non disattendere la voce della vostra gente che, per la sua sopravvivenza, si sente solo garantita da una soluzione nonviolenta e complessiva del conflitto in corso». Poi don Tonino riprende il tema il 18 gennaio scrivendo “Nel collo di bottiglia”: «Ho scritto t’amo sulla sabbia… ma il vento l’ha portata via. Il ritornello della vecchia canzone mi viene in mente… pensando in queste ore alle dune allucinanti del deserto violate dall’impeto radente di aviogetti di morte, mi sembra che quelle parole siano state davvero scritte sulla sabbia. Sconcerta questa incredibile follia che, data la sua lunga incubazione, non possiamo neppure più attenuare come “raptus” improvviso. No, non è “raptus” momentaneo, è pazzia bell’e buona. A qualificare la guerra in questi termini è un altro grande Pontefice, Giovanni XXIII. In un passaggio della “Pacem in terris” del 1963 affermava che ritenere la guerra strumento adatto a ricomporre i diritti violati “alienum est a ratione”: è alienante, cioè, è roba da manicomio. E dov’è andato a finire quel “ripudio” della guerra, così solennemente proclamato dall’art. 11 della Costituzione? A quali distorsioni di linguaggio è stato sottomesso un dettato sacrosanto, religioso persino nella modulazione lessicale, che fino a ieri i semplici ritenevano ermeticamente chiuso perfino all’alito della violenza armata? Se l’etimologia non m’inganna, ripudio viene dalla parola latina “pudor”, che vuol dire pudore, vergogna. Con l’aggiunta di un prefisso, viene fuori il verbo “ripudiare”, che significa svergognare. Quindi: “L’Italia svergogna la guerra come strumento per risolvere le controversie internazionali”».

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