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Guilty: le allegorie della condizione umana di Giuseppe de Palma la Mostra alla Pinacoteca Michele de Napoli di Terlizzi dal 10 ottobre al 29 novembre 2026
21 ottobre 2026

 TERLIZZI - La nudità, nella pittura, può esplodere in un alfabeto di forme e luci che raccontano la gravità della condizione umana.

È questa esattamente la sensazione che ci viene consegnata attraverso la personale di Giuseppe de Palma, classe 2001, Guilty. Allegories of Human Condition, ospitata alla Pinacoteca Michele de Napoli di Terlizzi dal 10 ottobre al 29 novembre 2026.

Nella poetica pittorica, la pelle è superficie e profondità insieme: riflette la luce e, al contempo, assorbe il tempo. La nudità, per l’artista, è un atto di fiducia — verso chi guarda e verso la propria capacità di trasformare il visibile in simbolo — e si colloca in un territorio sospeso tra dinamica del gesto e contemplazione, tra anatomia e metafisica.

Entrare in una sala dove il nudo domina la tela è come attraversare una soglia: l’aria si fa più densa, il silenzio più eloquente. I colori si adagiano sulla pelle dipinta, seguendo curve e ombre che giocano sul filo di storie mute. Ogni pennellata sembra un respiro, ogni sfumatura una piega della vita. Giuseppe de Palma, nel rappresentare il corpo nudo, non cerca solo bellezza: cerca la fragilità, la tensione, il momento in cui la figura si offre e si ritrae. Così, la nudità diventa un paesaggio emotivo, un campo aperto dove lo spettatore può perdersi e ritrovarsi in una dimensione astorica.

In un’epoca dominata da immagini consumate in fretta, l’artista propone un’esperienza che richiede attenzione, decifrazione, ascolto. Le opere, attraverso un percorso allegorico, si offrono come domande aperte, capaci di coinvolgere chi guarda in un dialogo lento e necessario.

I dipinti, preceduti da studi e disegni esposti anch’essi in mostra, rivelano una costruzione attenta, quasi filosofica, che si nutre di stratificazioni concettuali e di una tecnica figurativa solida. L’osservatore è chiamato a riconoscere simboli, a seguirne le relazioni, a ricostruire un racconto che non si impone, ma che entra in dialogo.

In questo cammino allegorico si trova l’epilogo dell’utopia, tanto da diventare un relitto, un’elegante carcassa, addirittura un peso insostenibile. Non perché il sogno fosse vano, ma perché la realtà, con la sua gravità implacabile, ne ha consumato le ali. La morte dell’utopia è un lento scolorire, un tramonto che si prolunga fino a diventare notte. Borges immaginava l’utopia come “un astro che fugge, sempre più pallido ed enigmatico”, e in questa immagine si coglie la condizione umana: il desiderio di perfezione che, imbrigliato tra mille tentazioni, si allontana, lasciando dietro di sé vuoto e nostalgia.

Eppure, anche nella sua fine, l’utopia rivela qualcosa di essenziale. La sua assenza ci costringe a guardare il mondo così com’è, a misurare la nostra fragilità, a sfidare i sensi di colpa e a cercare il nostro coraggio. Forse, come scrisse Albert Camus, “il vero significato della vita è resistere all’assurdo”. La morte dell’utopia è la prova che il sogno, per vivere, deve trasformarsi in impegno quotidiano a migliorare l’imperfetto.

E, in fondo, questa terra arida che rivela platonicamente l’ombra delle idee, il gesto di creare è l’unico modo per sollevarsi sopra la finitezza e scorgere la luce, che è ragione di vita. 

Giovanni Capurso

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