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«C’era una volta», a Molfetta il musical che racconta un’Italia più semplice e solidale L’associazione “Con don Tonino Bello per la solidarietà” ha portato in scena la memoria del Novecento tra canzoni, sketch in vernacolo e scene di vita quotidiana. Un viaggio negli anni in cui si aveva poco, ma si sapeva apprezzare ogni cosa
14 ottobre 2026

MOLFETTA - Un viaggio nella memoria collettiva, tra musica, comicità e tradizioni popolari, per raccontare un’Italia profondamente diversa da quella di oggi. È il filo conduttore di «C’era una volta», la commedia musicale realizzata a Molfetta dall’associazione “Con don Tonino Bello per la solidarietà”, che ripercorre usi, costumi e momenti di vita quotidiana del Novecento attraverso canzoni celebri, sketch comici e scenette in vernacolo.

Questi i protagonisti: Il coro Don Tonino Bello è diretto dal maestro Mino Altamura. I musicisti: Pierluigi Zaza, tastiere; Dino La Rocca, chitarra; Giovanni Spagnoletta, basso; Pasquale De Marco, batteria. I cantanti: Giovanna Magnifico, Margherita Spagnoletta, Stefania Altomare, Paolo Gadaleta, Bartolomeo Regina. Gli attori: Giovanna De Biase, Titti De Palma, Enza Allegretta, Elida Musci, Michele Schiavone, Sabino Magnifico, Antonio De Candia, Michele Capurso, Ignazio Cirilli. Coordinamento audio: Maddalena Mongelli. Presentatrice: Rosa Spaccavento. Antonio Porcelli, voce e chitarra e coordinamento musicale. La regia è di Isa de Marco Magnifico.

Al centro dello spettacolo c’è il ricordo di un tempo in cui le famiglie disponevano di poche risorse, ma riuscivano a trovare nelle piccole cose motivi di soddisfazione e occasioni di felicità. Un racconto che alterna risate e nostalgia, restituendo uno spaccato della vita delle classi popolari, tra difficoltà economiche, sogni di benessere, rapporti familiari e forme di solidarietà oggi sempre meno frequenti.

Il percorso prende le mosse dagli anni Cinquanta, con «Se potessi avere mille lire al mese», canzone simbolo delle aspirazioni di un’Italia uscita dalla guerra, nella quale un modesto stipendio rappresentava il traguardo di tante famiglie. La musica diventa così il punto di partenza per ricostruire un’epoca attraverso personaggi e situazioni che appartengono alla memoria di intere generazioni.

Uno dei momenti più divertenti è la scenetta «C’era una volta la lira», incentrata su un’anziana analfabeta che si rivolge a una banca per ottenere un prestito, senza disporre di garanzie e senza comprendere il linguaggio finanziario. Il dialogo con il dirigente dell’istituto si trasforma in un susseguirsi di equivoci: al termine «mutuo» la donna replica «non sono muta», mentre davanti alla richiesta di un «fido» domanda se si tratti di un cane. Anche il «fondo di investimento» diventa motivo di incomprensione: «Ma io non ho investito nessuno».

La comicità della scena nasce dal contrasto tra il linguaggio tecnico della finanza e la concretezza della protagonista, che interpreta ogni espressione secondo il suo significato più immediato. Una situazione paradossale che richiama anche le difficoltà di chi si trova a confrontarsi con procedure burocratiche e termini incomprensibili.

I fidanzamenti di una volta e le difficoltà di trovare lavoro

Il repertorio della commedia comprende anche il tradizionale rito del fidanzamento, quando il giovane che intendeva sposare una ragazza doveva presentarsi alla famiglia e ottenere l’approvazione del padre. Nella vicenda rappresentata, però, c’è un ostacolo imprevisto: il futuro suocero è un impresario di pompe funebri.

La professione mette in fuga, uno dopo l’altro, i pretendenti, intimoriti dall’idea di entrare a far parte di una famiglia legata a un mestiere che evoca la morte. La situazione si risolve soltanto con l’arrivo di un giovane laureato ma disoccupato, che svolge un lavoro da custode del cimitero è ha imbarazzo a confessarlo, ma è la svolta che consente finalmente di celebrare il matrimonio senza scongiuri e imbarazzi, con un finale ironico che intreccia pregiudizi sociali e difficoltà occupazionali, giocando anche sul doppio senso di cognomi imbarazzanti.

Il ricorso al vernacolo contribuisce a rendere queste scene particolarmente efficaci, recuperando espressioni, modi di dire e situazioni familiari al pubblico molfettese.

Dal telegramma al Totocalcio: i riti di una società senza social

Altri quadri dello spettacolo rievocano le abitudini di una società priva delle tecnologie oggi diffuse. Quando non esistevano i cellulari e la comunicazione a distanza era affidata al telefono o al telegramma, anche inviare un messaggio poteva diventare un’impresa.

La scenetta dedicata alla dettatura dei telegrammi mette in evidenza le difficoltà di chi non sapeva leggere e scrivere e doveva affidare ad altri la formulazione delle proprie comunicazioni. Le incomprensioni linguistiche e i tentativi di farsi capire danno vita a una sequenza di equivoci comici.

C’erano poi la schedina del Totocalcio, alla quale si affidavano le speranze di una vincita capace di migliorare le condizioni economiche della famiglia, e le serate trascorse nei locali con il piano bar, quando le discoteche non erano ancora diventate un’abitudine diffusa. Occasioni di incontro e socializzazione che scandivano il tempo libero e favorivano rapporti diretti tra le persone.

La commedia ricostruisce anche i rituali della tavola e della convivialità. Il pranzo domenicale, con il ragù preparato lentamente e il suo profumo che si diffondeva nelle strade, rappresentava un appuntamento irrinunciabile per molte famiglie. Mangiare al ristorante, invece, era un’occasione speciale, riservata a chi poteva permettersela: ci si vestiva elegantemente e si viveva il pranzo fuori casa come un vero evento.

Le canzoni, le fiabe e il teatro musicale

La musica accompagna l’intera rappresentazione, con brani che hanno segnato la storia della canzone italiana. Le melodie di Gino Paoli e Ornella Vanoni richiamano atmosfere sentimentali e suggestioni di un’epoca nella quale la musica era uno dei principali strumenti attraverso cui esprimere emozioni e raccontare la società.

Non mancano i riferimenti al teatro musicale, con «My Fair Lady» e «Rugantino», mentre il mondo delle fiabe viene riproposto in chiave parodistica. Cenerentola, ormai invecchiata ma ancora alla ricerca del principe azzurro, e la strega di Biancaneve, incapace di consegnarle la mela, diventano protagoniste di situazioni comiche che ribaltano i personaggi tradizionali.

Il risultato è un’alternanza di generi e registri espressivi che passa dalla commedia alla musica, dal dialetto alle melodie più conosciute, mantenendo al centro la rievocazione della vita quotidiana e dei cambiamenti intervenuti nel corso dei decenni.

Il messaggio contro la guerra

Accanto ai momenti leggeri, lo spettacolo affronta anche un tema di stretta attualità: la pace. Il richiamo a «C’era un ragazzo che come me amava i Beatles e i Rolling Stones», celebre canzone di Gianni Morandi, introduce una riflessione sulle conseguenze della guerra e sul destino dei giovani coinvolti nei conflitti.

Il brano, legato alla stagione delle proteste contro la guerra del Vietnam, conserva una forte attualità e richiama l’attenzione sulle tragedie che continuano a segnare il presente. La musica assume così una funzione che va oltre l’intrattenimento, inserendo nel racconto del passato un messaggio di solidarietà e di rifiuto della violenza.

La conclusione in musica è affidata alla “Vedova allegra” con il coro tra il pubblico per lanciare un messaggio ottimista e tipico della Belle Epoque: dietro la leggerezza dei balli e dei salotti parigini, i valori che contano davvero sono la sincerità, la fedeltà ai propri sentimenti e il rifiuto dell'ipocrisia.

La memoria come occasione di riflessione

Con «C’era una volta», l’associazione “Con don Tonino Bello per la solidarietà” propone, insomma, una ricostruzione della storia del Novecento attraverso le esperienze della gente comune. Non i grandi avvenimenti politici o militari, ma la vita delle famiglie, le difficoltà del lavoro, le aspirazioni al benessere, le tradizioni e le relazioni sociali.

Le scenette in vernacolo rappresentano uno degli elementi caratterizzanti della commedia, perché riportano sul palcoscenico linguaggi e situazioni legati alla cultura popolare locale. La risata diventa lo strumento per recuperare un patrimonio di ricordi e, nello stesso tempo, per confrontare le abitudini di ieri con quelle contemporanee.

Il messaggio che emerge è legato al valore delle cose semplici e dei rapporti umani. Il passato rievocato nello spettacolo non era privo di difficoltà, povertà e sacrifici, ma conservava forme di vicinanza e condivisione che meritano di essere ricordate.

In una società dominata dalla velocità delle comunicazioni, dal consumo e dalla ricerca di nuove comodità, «C’era una volta» invita a riflettere su ciò che il progresso non sempre riesce a garantire: il tempo da dedicare agli altri, il senso della comunità e la solidarietà quotidiana.

È questo il significato di un musical che, attraverso la musica e il teatro popolare, restituisce alla memoria collettiva un pezzo di storia italiana e molfettese. Un racconto nel quale il sorriso e la nostalgia si accompagnano a una considerazione attuale: il benessere materiale è importante, ma non basta, da solo, a rendere le persone più felici.

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