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Anselmo, il barbiere della banda Il racconto
15 ottobre 2023

Il piccolo Gioele ne aveva accom pagnate di bande musicali. Il me rito non poteva essere riconosciuto ad altri che non fosse suo nonno: il Maestro Anselmo. Barbiere di professione il signor Ansel mo suonava il flicorno. Nessuno mai gli aveva insegnato a farlo. Il barbiere già durante i primi anni del dopoguerra l’a veva comprato in un mercato dell’usato che si teneva ogni lunedì al porto di Bari. L’aveva lustrato, fatto tornare a nuovo con due pistoncini che il figlio di un suo caro amico, intenditore d’ottoni aveva “registrato”; questo almeno Anselmo di ceva ai suoi avventori zazzeruti. Terminava ogni giorno di lavorare alle venti in punto, chiudeva la barberia, meglio si barricava nel suo negozio este tico, e lì iniziava il suo rito. Soffiandoci dentro in quel boccale riu sciva a trasformare piano piano in musi ca la sua tristezza, la sua malinconia ma anche la sua gioia nel diventare musicista per passione, un barbiere per professione! Così il piccolo Gioele avendo per so la mamma quando era nato e avendo il papà sempre impegnato nel suo lavo ro di stuccatore, passava intere ore con il nonno Anselmo, soprattutto d’estate. Quella che poteva sembrare una stram beria era diventata per Gioele un’autenti ca evasione. Un divertimento strano se si conta che un bimbo di sei anni gioca coi suoi pari; calcia il pallone nelle piazze e magari rompe vetri con la fionda. Invece no, Gioele aveva imparato ad accompagnare suo nonno nei tentativi musicali anche se maldestri. Era appesa da tempo alla parete una tammorra comprata in viaggio di noz ze ad Amalfi da Anselmo. Allorquando terminata la guerra tutto il mondo era in canto e la primavera non poteva non solleticare nacchere e tamburi, trombe e pianoforti. Un Pulcinella s’era avvicinato allo spo so pugliese e dopo aver cantato a squar ciagola “Torna a Surriento” aveva fatto mostra di quella tammorra facendo in tendere che era disposto a venderla. E Anselmuccio innamorato non se l’era fatto ripetere. Quella canzone aveva ac compagnato tutti gli anni del suo fidan zamento. Era insomma un segno chiaro del destino che la musica intersecasse il suo amore. Un destino ahinoi tragico avendogli strappato dopo solo otto anni di matri monio la tenera Lucia, giovane moglie di Anselmo. Quest’ultimo a dispetto di quanto i suoi due figli avrebbero voluto fargli fare, ovvero concedergli una pensione da consumare in campagna, aveva deciso di continuare a limare lamette e accorciare le basette. Soprattutto in compagnia del suo fli corno sopranino. Con Gioele al suo f ianco a suonar Bizet, Bellini e Rossini. Il piccolo Gioele per questo a volte marinava la scuola. Non per maramal deggiare coi suoi compagni ma per ori gliare il suono della musica prestato al bel canto, in via Madonna degli Angeli, dove la Banda di città si incontrava per provare i suoi concerti incipienti. Si ac cucciava dinanzi al portone d’ingresso, la sala prove era al pian terreno, e restava lì chiudendo gli occhi, viaggiando sulle note delle marce funebri, delle quali poi avrebbe conosciuto tutta la storia, dal lo Stabat sino al Pescatore, spaziando da Bellini a Donizetti, da Rossini a Puccini e via via dicendo… Non conosceva i nomi dei composito ri ma cercava di memorizzarne i contor ni musicali per poi riportarli all’orecchio di nonno Anselmo. Potete dunque immaginare cosa acca deva in quei due cuori e nelle loro orec chie quando c’erano le processioni. Non per fede, né per inclito bigotto, erano lì, nonno e nipote a seguire i preparativi, la ritualità, a carpire qualche piccolo se greto, come fosse la musica un esoterico sabba del quale farne parte. Non di rado il signor Anselmo si avvi cinava a qualche musicista flicornista ed estraendo dalla tasca del suo cappotto blu notte, chiedeva qualche piccolo consiglio. Dinanzi alla cassa armonica poi, se duti in prima fila, il barbiere in pen sione, generalmente a metà concerto, quando l’attenzione era tutta assorbi ta dalla banda, ecco lui prendeva il suo f licorno, ci soffiava dolcemente un ali to caldo e senza suonar più di tanto chiudeva gli occhi e pigiava gli stantuf f i sentendosi dentro quell’armonia cele stiale che soltanto la musica può dare. Accadde un giorno, due anni prima della sua morte che un Maestro d’or chestra di Conversano se ne avvide. Gli parve così tenera e gioiosa l’immagine di quel vecchio sognante che in dispar te suonava con la banda che questi zittì l’orchestra e disse : «Maestro se desidera può suonare con noi!». Anselmo si sentì al contempo pago e denudato, come un bambino sorpreso a rubar marmellata. «Avanti, Maestro l’aiuto a salir sulla cassa armonica!». «Io, io non merito tanto, non sono un musicista e potrei farvi fare una cattiva f igura!», rispose cercando negli occhi del piccolo Gioele un timido conforto. Gioele non perse l’occasione di dire quel che aveva sempre sognato per suo nonno, «avanti nonno, anche se sbagli che fa, non morirà nessuno!». Il timido Anselmo, tremante salì i sette scalini per giungere sulla cassa armonica. Il Maestro conversanese chiese: «cosa vuol suonare con noi? Abbiamo un va sto repertorio, ci accompagnano poi un tenore ed un soprano, Signor?», «…Anselmo, sono maestro sì, ma bar biere! Non sono un musicista!»; intan to la folla molfettese s’era accalcata alle transenne e faceva pressa sulle braccia della vigilanza e del servizio d’ordine. «Suoniamo… Leoncavallo?», «Pagliacci, le va bene?», «vesti la giubba», «va benissimo!» finì col dire Anselmo, portandosi un fazzoletto alla bocca prima di mettercela sul flicorno. Tra la gente s’iniziò a far il nome di Anselmo, e quel calpestio vocale sulla “s” centrale del suo nome sembrava un ordine di zittire misto alla meraviglia insita nel nome pronunciato del nonno barbiere Non posso con la scrittura far sen tire la bellezza di quel suono mi sta al canto del tenore e al concento dell’orchestra, quando Anselmo finì la folla lo acclamava ripetendo ostinata mente il suo nome; «Bis!, Bis!» urlavano. Il Maestro si congratulò e disse: «a que sto serve la musica! Se un barbiere è ca pace di suonare così, significa che Dio ce l’ha data, e l’ha data a chi ama la vita!». Gioele era rimasto accanto a suo non no fiero, meravigliato, orgoglioso. «e a te, piccolino, piace la musica?» «Sì, tantissimo!». «Tu la studierai, vero?», incalzò il maestro. «Lo prometto!» chiuse il piccolo Gioe le…anzi, no! Non chiuse. Infatti proseguì dicendo: «posso fare un regalo a mio nonno?» «Certamente!» ; la gente reclamava il bis, non riuscì ad ascoltare quello che il bimbo chiese, infatti dovette sussurrarlo all’orecchio del Maestro. Dopo pochi secondi, al cenno di quest’ultimo iniziò una musica e il teno re pronunciò le prime parole che fecero esplodere di gioia e commozione nonno Anselmo: Vide ‘o mare quant’è bello Spira tantu sentimento Comme tu a chi tiene a mente Ca scetato ‘o faie sunnà Guarda qua, chistu ciardino Siente, sì sti sciure arance Nu profumo accussì fino Dinto ‘o core se ne va … © Riproduzione riservata

Autore: Francesco Tammacco
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