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Quei giovani senza volontà e senza futuro anche a Molfetta
01 maggio 2024

MOLFETTA - Cosa rappresentano oggi i giovani, cosa pensano, in cosa credono, quali valori inseguono anche a Molfetta? Sono alcuni degli interrogativi del mondo contemporaneo e dell’Italia in particolare, dove essi sembrano essersi addormentati fra il disimpegno sociale e politico e il disinteresse per il loro futuro, in realtà non molto roseo. La fiducia e la speranza sono merci rare per loro e anche chi, come noi, che ha sempre creduto in loro, nella loro capacità propulsiva, innovativa e perfino rivoluzionaria, è rimasto deluso. Chi ha vissuto, come noi, gli anni del Sessantotto, pur con le loro distorsioni terroristiche, ricorda come l’impegno sociale e politico fosse molto forte, con presenze nei partiti, nei movimenti, nelle scuole, nei giornali. I giovani di allora volevano essere protagonisti e rivendicavano un ruolo attivo nella società. Quanti di noi hanno scelto questo mestiere proprio con la voglia (e anche l’illusione) di cambiare il mondo, senza guardare alle prospettive economiche o alla solidità di un lavoro anche allora precario.

E’ solo un esempio di quello che i giovani rappresentavano qualche decennio or sono. Poi il mondo è cambiato e, certo, non in meglio e alla speranza è subentrata la delusione. Per qualche tempo, fino a una quindicina di anni fa, si registrava ancora un residuo di impegno, già nelle ultime classi delle scuole superiori, licei in particolare. Poi l’impegno e l’attenzione ai problemi della città e del Paese, si è andato sempre più riducendo a favore dell’effimero e le scuole di pensiero sono diventati gli influencer, furbi soggetti senz’arte né parte, che hanno scoperto il modo di arricchirsi facilmente e velocemente a spese degli ingenui che non hanno mai esercitato il pensiero critico. E’ la società liquida di Baumann.

La politica, un mondo che sembra lontano e disinteressante per molti giovani, si presenta come un territorio estraneo alle loro preoccupazioni e aspirazioni. Il disinteresse e la sfiducia dominano il rapporto tra loro e la politica, alimentati dalla percezione che i politici agiscano solo per i propri interessi e che le decisioni prese nei palazzi del potere non riguardino la vita quotidiana delle persone comuni.

La mancanza di fiducia e speranza nel cambiamento è evidente tra i giovani, il che si traduce in un calo della partecipazione alla vita politica del Paese. Mentre alcuni mostrano interesse per le questioni politiche, molti altri si disinteressano completamente, considerando la politica un ambito estraneo e irrilevante. E questo contribuisce alla crescita del grande astensionismo elettorale degli ultimi anni.

Le ragioni di questo distacco sono molteplici: la politica non sembra più rappresentare gli interessi e il futuro dei giovani, che ereditano un mondo caratterizzato da precarietà lavorativa, crisi ambientali e difficoltà economiche. Questo ha portato alla perdita di fiducia negli ideali e nei leader politici del passato, mentre le promesse non mantenute e gli scandali, hanno alimentato lo scetticismo verso la politica.

Oggi ci si interroga sulla loro indifferenza verso il coinvolgimento politico. Essere impegnati significa prendere posizione, ma rispetto al periodo del dopoguerra e della Guerra fredda, le ideologie sembrano essere più fluide. Quali sono le cause per cui vale la pena combattere, al punto da prevalere su ciò che non si apprezza o non si comprende, e che la politica offre come possibilità di passione e di intelligenza a una nuova generazione?

Attualmente, secondo sondaggi condotti da esperti come Nando Pagnoncelli e Alessandra Ghisleri, i giovani mostrano una grande dose di scetticismo e disinteresse verso la politica. Anche per quanto riguarda le intenzioni di voto, appaiono divisi senza una chiara preferenza, indecisi e oscillanti tra partiti di destra e di sinistra, come Fratelli d'Italia e M5S, senza percepire una netta distinzione traumatica tra di essi. Mancano "calamite" particolari che li attraggano e li orientino nel panorama politico. Inoltre, manca soprattutto verso i ragazzi, come ha recentemente evidenziato lo storico Massimo L. Salvadori, una capacità di attrazione, una visione e un pensiero forte.

È importante ricordare che in passato la gioventù ha partecipato attivamente alla vita politica italiana, attratta dall'adesione a una comunità con una identità culturale e una storia consolidata. Le "calamite" di allora erano la storia e l'ideologia. Ad esempio, nel 1946, prima del referendum e dell'elezione dell'Assemblea Costituente, è stata fondata l'Unione Goliardica Italiana (UGI), che incarnava una certa storia e ideologia.

Il 1968 ha poi segnato la fine dei "parlamentini", ma non certo del coinvolgimento dei giovani nella politica nazionale. Al contrario, grazie alla contestazione studentesca, si verificò un cambiamento delle maggioranze politiche nei principali partiti di centro-destra - la DC, il PSI-PSDI unificati, il PCI - e figure come Aldo Moro, Giacomo Mancini e Luigi Longo guardarono con favore ai movimenti extraparlamentari. Tuttavia, sebbene il 1968 rappresenti il picco del protagonismo giovanile nella vita politica italiana, si intreccia con l'idea astratta di una rivoluzione anticapitalista e l'emergere del terrorismo di sinistra, che si protrarrà per quindici anni. La sconfitta della lotta armata e il fallimento della prospettiva rivoluzionaria, segneranno la fine di quell' “assalto al cielo”.

Negli anni Ottanta, si osserva un rinnovato e significativo loro coinvolgimento nella vita politica e culturale italiana, con un ritorno verso i partiti politici. La galassia nata dal movimento del '68 - composta da ex militanti di Lotta Continua, Potere Operaio e Situazionisti - non si disperde né si spegne: diventa una "nouvelle vague", soprattutto nei mass media e nel dibattito politico e culturale. Il superamento della crisi innescata dalla deindustrializzazione degli anni Settanta porta alla nascita di nuove professioni e ad un contesto politico dinamico, che coincide con il declino e il crollo del comunismo, offrendo interessanti opportunità per questa nuova generazione di attivisti.

Nel complesso, il panorama politico propone ai giovani un "eterno presente". Tuttavia, il disimpegno politico avviene in un contesto di generale precarietà vissuta dai giovani, che hanno affrontato crisi finanziarie ed economico-sociali dopo il 2008, emergenze sanitarie e isolamenti dovuti alle pandemie e ora anche il coinvolgimento diretto dell'Italia e dell'Europa in conflitti bellici. Tutto ciò avviene mentre si registra una maggiore fragilità delle istituzioni familiari e scolastiche, con un tasso di abbandono scolastico tra i più alti in Europa (al 13%) e il fenomeno delle "Grandi Dimissioni". Secondo l'Istat, uno su cinque tra i 15 e i 29 anni è un Neet - ossia non studia e non lavora - con il rischio di un blocco degli ascensori sociali e la creazione di disparità tra "figli di papà" e "sfigati".

Lo studioso Giovanni Cominelli ha recentemente evidenziato come in Italia si stia diffondendo tra i ragazzi, con un'età media di 20 anni, ciò che i giapponesi definiscono "hikikomori": il fenomeno dello "stare in disparte". Si tratta di una manifestazione di totale disinteresse e mancanza di motivazione da parte dei giovani, causata dalla sensazione di perdere il controllo delle proprie vite, le quali sembrano essere determinate da forze potenti e oscure come l'economia, la finanza e il clima.

In questo contesto si inserisce il panorama politico, caratterizzato da partiti che operano sotto il segno dell' “anno zero”, cioè in una costante ristrutturazione e netta discontinuità con il passato. Questo viene descritto come "cultura del presentismo" dallo storico Giorgio Caravale nel suo saggio sulla politica e la cultura italiana degli ultimi trent'anni. Questa cultura è determinata dall'inconfessabile desiderio dei partiti politici di liberarsi del peso del passato. La politica, priva di una storia nazionale definita e con partiti instabili, liquidi ed effimeri, offre al massimo un ruolo di gestione ordinaria del presente.

Già negli anni Novanta, dopo la fine della Guerra Fredda, lo storico Eric Hobsbawm (autore del libro “Il secolo breve”) prevedeva una generazione senza memoria storica, schiacciata sul presente, incapace di progettare il futuro poiché manca della memoria storica necessaria per farlo. Questa generazione, secondo lo storico inglese, è priva di una filiazione, della consapevolezza di essere parte di una storia che determinerà il proprio futuro, e manca di ideali per i quali valga la pena di lottare.

Tuttavia, non è tutto perduto. Per invertire questa tendenza, è necessario accogliere le richieste dei giovani e non renderne inutile il coinvolgimento. Promuovere il senso di collettività e incoraggiare la partecipazione attiva, possono aiutarli a trovare un ruolo significativo nella politica e a portare avanti i loro valori e ideali.

Internet rappresenta un importante mezzo di informazione e partecipazione politica, offrendo spazi di discussione e confronto su temi rilevanti per loro. Moltiplicare le occasioni di dialogo e garantire processi decisionali democratici può contribuire a riaprire il dialogo con la politica, fondamentale per formare i leader del futuro e promuovere una partecipazione attiva nella società.
Un fatto importante, che forse, potrà servire a risvegliare le coscienze assopite dei giovani, è rappresentato dalla repressione con i manganelli da parte del governo postfascista della Meloni contro quelli che partecipavano pacificamente a una manifestazione. La reazione a questa aggressione è divenuta contagiosa e speriamo possa preludere a un ritorno in piazza, il primo sintomo della voglia di partecipazione, di impegno, di volontà di essere protagonisti della costruzione del proprio futuro in un Paese democratico e antifascista.

Felice de Sanctis

(Editoriale pubblicato sul mensile “Quindici” di marzo 2024)

© Riproduzione riservata

Autore: Felice de Sanctis
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