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Olga, Sophia e la Buona fortuna
15 aprile 2022

La sbirciava da una piccola fessura del camerino della Disegual a Bari. Ad Olga sembrava che il suo sguardo venisse ricambiato. Non poteva esserselo sognato. Troppo coincidenze. Alla partita di pallavolo: Olga che riconcorreva palloni sotto rete e gli sguardi di quella ragazza, occhi azzurrissimi, capelli giallograno raccolti in un nodo dietro la nuca a gemmare un collo lungo color avorio, le labbra d’un rosso cremisi che parlavano una voce lontana. Sguardi penetranti, decisi, che non lasciavano per un attimo libero lo spazio della pallavolista. E poi a Via Sparano, ancora lei, prima nella direzione che portava alla stazione, poi in quella contraria, dunque in Piazza del Ferrarese, sul lungomare. Olga ne era certa: quella ragazza la stava seguendo. Non ne aveva paura. Certo ne era attratta. Olga sapeva bene cos’è la paura! Nel camerino, troppo stretto della Disegual non c’era spazio per muoversi agevolmente, la maglia nera scendeva lentamente carezzando il corpo della ventenne, nella rotazione del busto madreperlaceo di Olga si specchiava il suo seno così tanto ammirato dai ragazzi trattenuto da un reggiseno nero che amplificava la sua prorompenza. Gli occhi di quella donna si erano posati per qualche minuto, un’eternità avrebbe detto Olga e allorquando le stava per chiedere se avesse bisogno del camerino e come mai le coincidenze la portassero sempre sulla strada quello spettro incantevole e misterioso era scomparso. Olga aveva scelto il suo vestito. Maggio dona alle città pugliesi una primavera di mandorli in fiore e fiocchi odorosi di spume di mare. Tanti amici l’avevano accolta. Erano passati quindici anni da quando aveva dovuto lasciare la sua città. Un despota russo era entrato nella storia dopo aver bombardato la sua città libera che presto sarebbe diventata la città martire: Mariupol’. Olga amava passeggiare tra le viuzze di Bari ascoltando il vocìo a volte incomprensibile per quella parlata stretta e dialettale che per alcune assonanze tanto somigliava alla sua lingua madre. Era cresciuta in fretta, passando dai coriandoli nel cielo ai missili spargimorte. Quando hai otto anni non puoi comprendere quanto possa far male il rigurgito della Storia, non sai di quanto male possa essere imbevuto il cuore degli uomini; non puoi sapere che la sete di dominio può far diventarti più spietato di una iena. Nella fuga rocambolesca da Mariupol’ Olga aveva perso sua madre, sua nonna, sua sorella. Suo padre aveva dovuto difendere la sua amata Ucraina. Olga e Sophia, gemelle, avevano dovuto soffocare in un pianto la scomparsa di loro padre. La targhetta d’argento che aveva sul petto il loro papà gliel’aveva consegnata un anziano signore, un loro conoscente. Portava le iniziali delle sue piccole. La “O” di Olga e la “S” di Sophia. Due nomi che erano implicitamente il dono più bello fatto a Katiuska, sua moglie. Olga ricordava bene il giorno nel quale suo padre dovette arruolarsi. I soldati russi pressavano coi loro carri armati ai confini della città. Avevano già mietuto centinaia di vittime innocenti. Il piano era quello di sterminare la popolazione ucraina. Il resto voi lo conoscete. Si era entrati prepotentemente nella storia. La guerra scompagina, scompiglia, squinterna. La guerra è disordine, è vuoto assoluto. Un salto ancestrale nel caos. La guerra è sicuramente un suicidio per ogni generazione, per ogni essere umano. Olga e Sophia. Prima che loro padre, milite civile, partisse, erano state chiamate in cucina. Le avevano raccontato un’antica leggenda russa, che narrava di principesse gemelle che si perdevano nella steppa e che erano condannate per tutta la vita a cercarsi senza mai trovarsi. E che solo il figlio dello zar aveva il potere di farle incontrare grazie al suo cavallo bianco alato. Un pegaso dalle ali di neve. Un cavallo che alla luce del sole primaverile era destinato a sciogliersi poiché aveva terminato la sua missione. Questo poteva accadere anche a loro, e poiché non sempre i cavalli alati arrivano per tempo, avevano dovuto far loro un tatuaggio. Anche se un tantino doloroso, gli avevano inciso il loro nome, il loro cognome e i numeri telefonici dei rispettivi genitori. Avevano anche scritto: ????? e ?????, ?????, Shchasty, che significa Olga e Sophia, Buona Fortuna! E poi niente. Il vuoto. Solo confusi ricordi di colpi di armi da fuoco, di urla, di mani che tengono strette altre mani, di lacrime, di corse a perdifiato, di treni, ambulanze e… il risveglio in un ospedale italiano. Un’altra nascita. Un’altra vita. * * * Odore di cloro. Olga respira un po’ a fatica tutte le volte che va in piscina. Quell’intenso odore di chimica la porta lontano ma non sa dire dove. Dura un attimo. Solo un attimo. Ultima lezione di nuoto. Olga si spoglia. Eccola nel suo nuovo costume da nuoto. Prossimamente saprà di sale di mare. Olga è al bordo piscina. Sta per tuffarsi. Prima della spinta nota un accappatoio rosso e dal cappuccio quella ragazza come da una crisalide si staglia e diventa farfalla. Le si mette di spalle. Si alza i capelli per annodarseli in una nappa di sole. E… e… sulla schiena s’apre una pagina. È la più bella pagina mai scritta per Olga. Un messaggio identico a quello che porta impresso sulla sua schiena. Sophia finalmente si tuffa di schiena; Olga nuota con tutte le forze; ecco una farfalla ed un delfino al centro della piscina avvinghiate in un solo abbraccio. Si sono trovate. Un pegaso alato a portarle via nel cielosperanza.

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