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L’istitutrice
15 febbraio 2022

La Bentley cabrio bianca si accostò all’ingresso del piccolo paese ai piedi della collina, la giovane donna che ne scese reggeva un grandissimo fascio di iris bianchi e gialli. I pochi che la incontrarono non si meravigliarono di vederla, sorrisero salutandola e procedettero senza fermarsi, erano anni che almeno due o tre volte l’anno la vedevano arrivare e dirigersi alla sepoltura indicata da una semplice lapide di pietra con la foto di una donna dai lineamenti decisi e ancora attraenti, il nome e due date. Tutt’intorno un breve spazio erboso delimitato da cespugli fioriti. “Buon compleanno! – disse allegramente la giovane donna, sedendo su uno sgabello pieghevole che si era portata appresso – e scusami se non sono venuta nel giorno giusto, ma penso che per te il tempo non sia come il nostro. Hai visto la mia Bentley? Non è fantastica? Me l’ha regalata mio padre per il mio compleanno e per il successo dell’ultima ricerca del mio team sulle cellule staminali e forse anche per farsi perdonare molte cose. Nessuno più di te sa quanto fossero assenti mio padre e mia madre, l’una con i suoi impegni mondani, l’altro con la sua Industria. Poi sei arrivata tu… Era arrivata in una bella giornata estiva, i suoi probabili datori di lavoro la avevano accuratamente selezionata fra un gran numero di candidate proposte dalle Agenzie, e scelta anche perché presentava un carattere forte e deciso che forse avrebbe domato la piccola ribelle. Avevano deciso che la bimba e l’istitutrice avrebbero trascorso l’estate al mare, nella villetta isolata da cui con una breve scalinata si accedeva al grande arenile di sabbia dorata e ad un mare sempre azzurro e verde che lambiva la spiaggia portandovi conchiglie e piccoli ciottoli. La bambina, sei anni o poco più, bruna, con grandi occhi neri, che sarebbe stata bella se non avesse avuto quell’espressione torva e ostile, si rifiutò di salutare l’istitutrice appena arrivata, e i genitori che partivano, cercavano di convincerla che sarebbero tornati presto e con un gran numero di regali. Nei due o tre giorni successivi, la convivenza si rivelò difficile: la bambina ubbidiva senza troppi capricci, ma la sua ostilità era palpabile. Poi, arrivò il temporale. Erano già andate a dormire quando cominciò a brontolare il tuono, poi fu tutta una successione di tuoni e lampi. La camera della piccola e di Mademoiselle, come avevano detto di chiamarla, erano di fronte, la stanza della piccola chiusa e al buio come volevano i genitori. Al diavolo, Mademoiselle ricordò la sua paura infantile del temporale e aprì la porta, accese una piccola luce: la piccola era rannicchiata sotto le coperte, con gli occhi sbarrati e il volto rigato di lacrime. “Vuoi che mi fermi qui con te? – chiese l’istitutrice sedendo su una poltroncina accanto al letto – Anche io da piccola avevo paura dei temporali”. Le lacrime cessarono di colpo, le coperte scesero un po’ giù e rivelarono l’espressione di sollievo della bambina. “Ti racconto una fiaba?”. Non c’erano libri di fiabe in casa, tanti libri ma adatti a ragazzi più grandi. “Non te ne andare”, disse la bambina con un filo di voce, “Sto qui. Promesso. Con la mano sul cuore”. Pian piano il temporale finì, alla piccola si chiusero gli occhi e la mattina pensò di aver sognato, ma la sciarpa di Mademoiselle era sulla poltroncina. Si lavò e si mise in ordine senza perder tempo ed entrò nel soggiorno dove era già preparata una ricca colazione. “Se ti sbrighi andiamo sulla spiaggia, il tempo è bellissimo e il mare avrà portato conchiglie e sassolini colorati, io li raccoglievo sempre da piccola.” Gli occhi della bambina luccicavano di gioia e il latte fu bevuto a tempo di record, senza capricci. “Forza, andiamo a fare cik-ciack”, disse ridendo l’istitutrice. “Che cos’è?”, chiese la piccola con un po’ di diffidenza. “Vedrai, ti divertirai”. Andarono giù per la breve scala, la sabbia era calda e asciutta, Mademoiselle con un gesto fluido fece scivolare giù la gonna e il lungo camicione lasciò scoperte due lunghe gambe snelle e sode. “Togliti la gonnellina”, disse alla bimba”. “Ma io ho solo gli slip”, rispose lei confusa. “Non preoccuparti, non c’è nessuno”. Tenendosi per mano corsero fin dove il mare lambiva la sabbia, l’acqua alle caviglie. “Forza, facciamo cik-ciack”, e la donna cominciò a battere i piedi nell’acqua sollevando spruzzi. “Anch’io!”, disse la bimba, e finalmente, rise di gioia. “Forza, così, batti i piedi, cik-ciack, cikciak”, poi si presero per mano e cominciarono a correre lungo la riva fino a perdere il fiato. Si gettarono sulla sabbia ansimanti, la piccola fra le braccia della donna, il viso nascosto sotto la massa dei capelli neri e ricci. “Non te ne andare!”, disse a bassa voce la bambina, “Non me ne vado”. “Prometti?”. “Promesso. Con la mano sul cuore”. “Resterai fino a quando divento grande?”. “Promesso, con la mano sul cuore” La promessa era stata mantenuta. Mademoiselle restò con loro e soprattutto dopo il divorzio dei genitori, la madre sempre via, il padre sempre assente, continuò ad essere l’amica, la confidente, la guida della ragazza. “So che vuoi sapere come va con il mio capo. E’ innamorato perso e lo sanno tutti, ma siamo tutti due troppo impegnati, io lo stimo, gli voglio bene, ma non me la sento di legarmi. E poi ti ho promesso, con la mano sul cuore, che mi impegnerò solo quando amerò veramente. Ora vado, e indovina dove mi fermerò? E’ facile, sulla nostra spiaggia, è a pochi chilometri, ho sempre con me in macchina le chiavi della villetta e un bichini in macchina. Vado a fare cik-ciack, tu sarai con me”. La Bentley attraversò silenziosamente il paese, era quasi ora di pranzo, i pochi ancora per strada salutarono con la mano. © Riproduzione riservata

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