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L’evoluzione finanziaria della città di Molfetta - Parte I
29 aprile 2026

MOLFETTA - Spesso è utile, quando si vuole capire come le cose stanno cambiando veramente, senza ascoltare solo la propria pancia o affidarsi alle chiacchiere al bar / barbiere, rileggere la storia del contesto storico ed economico al quale si vuol fare riferimento.

Questo è quanto vorremmo fare, nei limiti delle capacità e disponibilità di dati affidabili, per delineare l’evoluzione finanziaria della città di Molfetta, con le sue prospettive e i rischi da presidiare.

 Nell’ultimo quarto di secolo, il numero di abitanti di Molfetta si è progressivamente ridotto. Questo (purtroppo) non stupisce più di tanto, atteso il diffuso, importante calo demografico che sta interessando il nostro Paese e flagellando le regioni meridionali. Qualcuno ricorderà il più volte citato inverno demografico e degiovanilimento del territorio…

Siamo passati dai 67 mila cittadini del censimento 1991, ai 62 mila di inizio secolo, per poi precipitare ulteriormente agli attuali 57 mila.

E questo non è neanche il peggio: la popolazione non è solo diminuita un po' di più della media; è soprattutto di gran lunga più anziana, con un indice di invecchiamento[1] molto più elevato della media regionale (224,8 vs 209,4) e di quella nazionale (207,7).

Questa situazione non può non ripercuotersi su ogni profilo del tessuto produttivo e su ogni nodo della rete dei servizi e delle infrastrutture civili e sociali della comunità, modificando bisogni, consumi, istanze, comportamenti, orientamenti, interrelazioni…

In questa sede vogliamo cominciare ad occuparci di un aspetto, quello del sistema finanziario, apparentemente secondario, ma che l’esperienza e l’osservazione empirica ci fanno paragonare – con una cauta invasione di competenze - al sistema nervoso umano: radicato, diffuso, pressoché invisibile. Non ci si accorge di lui, se tutto funziona… ma è talmente importante e influente che guai a offenderlo o farlo ammalare.

Vediamo un po’[2]: Molfetta era, all’inizio del venticinquennio considerato, la quarta delle città più grandi[3] del circondario barese (escluso, ovviamente, il capoluogo), sia per numero di abitanti, come abbiamo già visto, sia per ammontare di depositi (dopo Andria, Barletta e Altamura) e la sesta per impieghi, preceduta anche da Monopoli e da Bisceglie.

Dopo circa 25 anni, Molfetta è scesa al 7° posto per i depositi, preceduta ora anche da Monopoli, Bitonto e dalla emergente Corato; per gli impieghi resta la stessa posizione (6^), solo che ora a precederla insieme con Monopoli c’è di nuovo Corato.

Certo, significativa influenza ha avuto la progressiva riduzione delle nascite, la fuga dei giovani, le tante donne in età fertile che scappano via dal territorio natìo o rinunciano al lavoro, la fragile scarsità delle occasioni di occupazione adeguata e di qualità, le criticità delle infrastrutture, la onerosità della ricerca di capitali… tutte problematicità non solo di oggi, che contaminano e si infiltrano goccia a goccia nel tessuto cittadino, amplificando la non attrattività delle opportunità, la irrilevanza delle iniziative; questo, pian piano, inesorabilmente ammorba i luoghi della comunità, condannandola alla silenziosa marginalizzazione, con una desolata, deprimente involuzione.

Gli aggregati cittadini degli impieghi e dei depositi crescono, è vero. Molfetta nel periodo raddoppia all’incirca i propri depositi; ma nel “gruppo delle 20 città”, passa dalla quinta alla settima posizione: gli altri, quasi tutti gli altri, fanno meglio. Infatti, il tasso di incremento dell’aggregato cittadino nei 25 anni è tra i più bassi dell’insieme considerato; segno sia della diversa destinazione del risparmio dei molfettesi (tradizionalmente molto concentrato negli immobili), sia delle diverse abitudini di vita, sia della più contenuta capacità di risparmio del ceto medio/basso.  

Storia diversa sembrerebbe connotare l’andamento dei prestiti bancari, dove la città mantiene una buona posizione, ma registrando, nell’ultimo decennio, uno dei tonfi più sonori dell’insieme considerato, con una, speriamo non fugace, recentissima, lieve ripresa. L’andamento rappresenta di certo una riduzione del credito nei confronti del tessuto produttivo cittadino; peraltro, la questione è quanto sia demerito degli operatori e quanto invece rappresenti una crisi di fiducia degli intermediari nelle iniziative produttive, o – peggio – la diffidente indifferenza verso quelle attività[4].

Abbiamo ritenuto,  inoltre, di confrontare gli andamenti degli aggregati per un gruppo ristretto di piazze con storie e connotati similari (Molfetta, Corato, Monopoli, Altamura, Trani e Bitonto).

Ebbene, Molfetta corre appaiata o in linea con Altamura – che, tra le città medio/grandi del territorio, sembra registrare la performance migliore - fino alla fine del primo decennio, periodo, tra l’altro, della prima crisi finanziaria mondiale del secolo (mutui subprime); poi di fatto si ferma e si fa superare o raggiungere dalle altre piazze considerate, esclusa Trani. Il divario con  Altamura diviene progressivamente pressoché incolmabile; successivamente, anche città come Corato o Monopoli la distanziano significativamente. Esaminando, l’andamento dei saggi di variazione, il rallentamento è ancora più evidente, registrando altresì la peggiore performance nella crescita dei depositi.

Alcuni accadimenti contemporanei sono ormai storia, come la crisi esiziale che si abbatté, intorno al 2009 sulla flotta di pescherecci molfettese, una delle maggiori del Paese, e che fu – per citare, senza virgolette, chi ci ospita – la goccia di gasolio che fa traboccare il vaso; vaso già pieno di importanti criticità strutturali; tutti i compartimenti marittimi italiani furono gravemente danneggiati, Molfetta fu uno dei più colpiti. Il disarmo di numerosi pescherecci della flotta cittadina è proseguito, inesorabile, fino ai giorni nostri.

Se la pesca è stata tradizionalmente una delle risorse principali dell’economia molfettese, la crisi annunciata e, per certi versi , inevitabile della edilizia locale ha dato un ulteriore colpo alla struttura cittadina. La sovrapproduzione di edilizia residenziale, agevolata da un piano regolatore assolutamente sovradimensionato a fronte invece di una popolazione in inarrestabile calo, ha subito un micidiale tracollo durante la feroce crisi del settore post 2008, solo artificiosamente e temporaneamente tamponata dalla non durevole spinta più recente delle agevolazioni fiscali (da ultimo, superbonus).

La bolla eminentemente speculativa che aveva fatto di Molfetta, sin dagli anni ’70,  una delle piazze con i valori immobiliari più elevati della regione, si è ritorta contro la stessa comunità. Il crollo dei prezzi è stato frenato solo dalla mancata immissione sul mercato di beni il cui fair value commerciale è precipitato molto al di sotto di quello di acquisto.

A tutto questo si aggiungono, in quegli anni, altre circostanze solo apparentemente neutrali; la locale rete commerciale, che già stava perdendo attrattività per il circondario, dirottato su più efficienti, accorsate e agevolmente raggiungibili piazze alternative[5], come quella del capoluogo barese, viene letteralmente spiazzata, colta quasi del tutto impreparata, dalla apertura di un polo commerciale tra i più grandi d’Italia (complessivi 85 mila mq di superficie), mai adeguatamente utilizzato e integrato nel tessuto urbano, costituito dai conglomerati viciniori IPERCOOP e Fashion District, collocati nella zona artigianale/industriale, che già di suo soffriva di diverse criticità logistiche. Non all’apertura, ma proprio alla mancata sinergia e alla troppo modesta riqualificazione sembra sia da attribuire il degradarsi della locale rete commerciale

Queste circostanze non potevano che ripercuotersi sui flussi finanziari generati dalla comunità, di cui i depositi sono un valore segnaletico rappresentativo. A ciò aggiungasi la trasformazione, in corso ancora in quegli anni, di ciò che era rimasto quale “eredità” della Banca Cattolica, che è stato per quasi un secolo il più importante intermediario bancario cittadino,  ovvero la  Cattolica popolare cooperativa[6], avvenuta senza che la comunità, orfana, battesse ciglio (libera citazione del nostro già richiamato ospite).Di questa interessante vicenda… varrà la pena fare un’altra, meditata storia.

Il successivo volgersi disastroso dell’altro intermediario bancario localmente rilevante, la Popolare di Bari, ha minato ulteriormente  la fiducia della comunità negli operatori finanziari del territorio, deteriorando reciprocamente le relazioni e distogliendone le disponibilità liquide.  

Gli andamenti che abbiamo esaminato confermano che il calo della popolazione sulla evoluzione della situazione finanziaria molfettese, pur essendo influente (né potrebbe essere altrimenti), non è comunque determinante.

Invero, sono ben più articolate le ragioni del progressivo declino, perlopiù annidate nella progressiva perdita di attrattività, di autorevolezza, di credibilità, che hanno soffocato le ambizioni a detenere il ruolo di leadership culturale di punto di riferimento anche economico sul territorio, affievolendo (non irrimediabilmente, non ancora!) il riconoscimento identitario di ogni cittadino, anche se aveva il suo centro di interessi lontano.

Va rivitalizzato il fattore competitivo dell’orgoglio di essere molfettesi e di dichiararsi tali, come segno distintivo del plusvalore reputazionale legato a quella condizione, non certo con la rabbia degli esclusi, avvinghiati imprescindibilmente e talvolta irrazionalmente alle proprie origini, nonostante i marosi della realtà, ma con la fierezza di chi può onorevolmente e convintamente richiamare il proprio ruolo sociale alle radici storiche e alla tradizione culturale che ne hanno costituito il fertile sostrato.

Forse è davvero ora di far rinascere, rianimare, risorgere questa comunità.

Se non ora, quando?

 

Molfetta — Indicatori bancari e demografici (2000–2025)

Fonte: Banca d’Italia, Infostat, tav. TDB10194 (depositi e impieghi); ISTAT via tuttitalia.it (popolazione)

Anno

Depositi (mgl €)

Dep./ab. (€)

Impieghi (mgl €)

Imp./ab. (€)

I/D (%)

Popolaz.

2000 *

391.312

6263

227.925

3648

58.2%

62.478

2005

429.375

7149

463.172

7712

107.9%

60.062

2010

537.931

8942

735.302

12.223

136.7%

60.159

2015

515.138

8604

662.079

11.058

128.5%

59.874

2020

735.411

12.703

612.245

10.576

83.3%

57.891

2025 **

780.123

13.632

639.179

11.169

81.9%

57.229

* Per il 2000 la popolazione è riferita al 31/12/2001 (prima disponibilità serie ISTAT post-censimento).

** Per il 2025 la popolazione ISTAT al 31/12/2025 non è ancora disponibile; i valori pro capite sono calcolati sulla pop. al 31/12/2024 (57.229 ab.).

Depositi e impieghi in migliaia di euro. Pro capite in euro/abitante. I/D = rapporto impieghi/depositi.

 

 

[1] L’indice di vecchiaia (fonte ISTAT) è il rapporto tra popolazione anziana (> 65 anni) e giovanile (< 15 anni), ovvero segnala quanti anziani ci sono per ogni 100 giovani; quindi, l’indice, per valori superiori a 100, registra quanto la quota di anziani sopravanza quella dei giovani. L’Italia registra l’indicatore più elevato dei paesi UE (fonte dati Eurostat), davanti a Portogallo e Bulgaria. Dall’altra parte della classifica ci sono i paesi giovani, come Irlanda (85), Lussemburgo (101) e Svezia (121); sì, è proprio come avete arguito: Molfetta ha un indicatore 72 punti sopra la media UE e 17 sopra quella nazionale.

[2] Quei dati, tratti dalla base informativa pubblica della Banca d’Italia, non sono certo l’intero aggregato dei risparmi e dei prestiti inerenti la comunità molfettese, non solo perché l’aggregato rilevato deriva da una segnalazione contabile più specifica, ma anche perché è tratto dalle dichiarazioni delle dipendenze bancarie che sono insediate a Molfetta (dipendenze dichiaranti). La valenza dell’analisi sta soprattutto nel confronto storico e territoriale. Abbiamo considerato, per costruire la nostra analisi, di cui siamo unici responsabili,  un insieme costituito dalle città delle province di Bari e della BAT tra i 25.000 e 100.000 abitanti, (19 soggetti + il capoluogo Bari come benchmark) e gli anni dal 2000 al 2025; questi ultimi recentissimamente pubblicati da Banca d’Italia.

[3] Nonostante il netto calo registrato nella popolazione residente, Molfetta resta ancora la quarta città delle province di Bari e BAT; in 5 lustri, con un costante, impietoso stillicidio, il segno negativo ha connotato sempre la evoluzione demografica della comunità (- 8%), preceduta solo dal tonfo di oltre il 10% in meno di Canosa di Puglia e accompagnata a ritmo similare dal borgo di Putignano

 

[4] Ulteriore non piacevole sorpresa la troviamo passando ai dati “pro-capite” (che servono a neutralizzare l’effetto della diversa platea di cittadini): per i depositi molfettesi si passa dalla 7^ alla 15^  posizione nell’insieme, mentre per gli impieghi dalla 13^ alla 12^, registrando peraltro una debacle concentrata nell’ultimo decennio, con un segno addirittura negativo per la variazione 2015/2024, che la distanzia definitivamente dalle ben più vivaci performances di cittadine con le quali un tempo si confrontava, come Monopoli, Corato o Altamura, o che partivano da basi più modeste come Conversano o Terlizzi.

 

[5] A questo contribuì il noto ritardato completamento dei raccordi con l’arteria viaria ss 16 bis

[6] Tra gli altri, fonte: “Una banca una città. La Banca Cattolica dal 1902 ai tempi d'oggi", Molfetta, Banca Cattolica Cooperativa di Credito, 1979.  La banca Cattolica, nasce il 10 aprile del 1902, come popolare sui generis, unendo tradizione cattolica e cultura imprenditoriale, in un momento assai difficile per la comunità; per quasi un secolo costituisce una delle principali infrastrutture finanziarie del territorio, per poi trasformarsi -  dopo lo scorporo nel 1994 del ramo di azienda bancario, ceduto prima ad Unicredit, poi passato ad Antonveneta e definitivamente in Montepaschi nel 2008(!) – in Cattolica Popolare cooperativa, con oltre 10 mila soci e più di 50 milioni di € di patrimonio. La storia successiva si intreccia con diverse vicende cittadine e con profili di più ampio respiro, come l’innovativo (per la regione) percorso finanziario del value investing.  E’ proprio questo aspetto che può meritare  un interessante approfondimento.

 

Autore: Sergio Magarelli
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