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Il federalismo democratico di Vito Donato Epifani. Genesi, caratteristiche, modelli. (II parte)
07 febbraio 2009

NAPOLI - 7.2.2009 Donato Epifani (foto) riteneva che l'esercito stanziale non solo determinasse dei costi eccessivi per le casse dello Stato, ma contribuisse anche ad impoverire l'economia e a creare problemi sociali, distogliendo un numero ingente di cittadini da attività lavorative fondamentali. “Un giovine – osserva Epifani – che ha la sventura di essere chiamato alla milizia, se incamminato per la carriera artistica o scientifica, l'interrompe, e quando torna a casa sua non è più abile a proseguire: le conseguenze di questo fatto sono i tanti poltroni o ladri, o facinorosi che vediamo nella società; e negativamente la perdita delle braccia dell'ingegno in pro dell'agricoltura, industria, commercio, arti, scienze, etc. E così che avviene il disavanzo finanziario; l'esercito stanziale è una piaga enorme […]”. Da un punto di vista educativo, prosegue Epifani, l'esercito stanziale tende a formare un tipo d'uomo acritico, obbediente, acquiescente e conformista, una vera e propria “macchina governativa”, asservita alla tutela e alla difesa armata dei privilegi dei soli ceti dirigenti. “Ora cosa fa il governo di questo soldato o schiavo del feudalesimo militare in secolo XIX […] ne fa la sua forza; per la ragione che se quel sodato pensasse, leggesse, scrivesse, parlasse, agisse come tutto il resto de' cittadini, allora il governo non potrebbe valersene ne' suoi arbitrii, essendo così il soldato un fattore dell'opinione pubblica nelle emergenze contrarie; eppure quel sodato non si batterà mai con entusiasmo e con gloria”. Alle forti sperequazioni socio-economiche e alla crisi finanziaria dello Stato, il rigido accentramento burocratico-amministrativo aggiunge anche le sperequazioni regionali, che alimentano polemiche, contese e diatribe tra le diverse zone del Paese. E' solito quando si parla di impiegare qualche milione dal ministro dei lavori pubblici, per le provincie meridionali, udire le bestemmie dei nordici,che risentono molto per un esito che non viene fatto per loro. Contese e polemiche che alla lunga potrebbero condurre alla crisi definitiva dell'unità nazionale. Il fatto è – sostiene Epifani – che oggi ci vogliamo credere uniti, noi siam divisi. Se così continuassimo ho il dolore di dovere asserire che noi andiamo alla separazione difilati […]. Nel complesso, secondo Epifani, i problemi dell'Italia sono acuiti dall'esigua base di consenso che sorregge lo Stato monarchico-liberale e vengono ulteriormente amplificati dalle scelte miopi e grette di una classe dirigente, che egli non teme di accusare di avarizia, ambizione, arbitrarietà ed ignoranza. Quest'ultima è da imputare alla temperie culturale genericamente idealistica e retorico- letteraria che caratterizza l'Italia, a cui Epifani contrappone l'esigenza di un'analisi storico-positiva dei bisogni reali. “L'Italia che ha avuto la sorte di farsi una, così come oggi è, è più sventurata che in passato, e diciamolo: ciò non è tutta colpa dei martiri risorti che la governano, è colpa nazionale, è colpa dell'ignoranza; perché non abbiamo mai lasciato da banda la poesia e la vanagloria per darci allo studio dei nostri bisogni”. Salvatore Lucchese
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