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“Il diritto di scegliere”
15 febbraio 2022

È una gradevolissima sorpresa la pubblicazione, agli inizi di questo 2022, del breve romanzo storico – una narrazione di stampo ‘antropologico’, come la definisce l’autrice – Il diritto di scegliere, di Marta Pisani. L’autrice è attivissima nel panorama sociale e culturale della nostra città; laureata in Lingue, una vita consacrata all’insegnamento e all’impegno civile, è stata Assessore ai servizi sociali e Vicesindaco, tra gli altri incarichi ricoperti. “Attualmente è referente del Tribunale per i Diritti del Malato, per la tutela e la difesa dei diritti dei pazienti e vicepresidente dell’Accademia delle Culture e dei Pensieri del Mediterraneo”. Il suo impegno per le pari opportunità e per la difesa dei diritti delle donne (è stata anche presidente della Consulta femminile del Comune di Molfetta) si riflette nella narrazione di questo suo esordio letterario incastonato nella collana Echi di Storie, della Florestano edizioni. L’impegno per la difesa degli umili è declinato in molteplici rivoli. È una storia ambientata nel Sud nell’immediato dopoguerra, nella nostra Molfetta, che ha per protagonista una famiglia umile e decorosa e, in particolare, una delle sue figlie. Il fatto stesso di esser donna, in un contesto economicamente caratterizzato dallo stento, la esponeva al rischio di un nubilato forzato, a causa del problema dotale. Ecco quindi entrare in gioco quella che appare la soluzione salvifica, servita su un piatto d’argento (almeno in apparenza tale) da una sensale di matrimoni: le nozze per procura, cui seguirà la partenza della sposa, con un giovane imprenditore molfettese, figlio di emigrati in Argentina. Ed ecco che a un problema legato alla condizione femminile ne subentra un altro, sempre legato alle disuguaglianze sociali. A bordo della nave san Guglielmo, l’autrice intesse, nella forma di monologhi che hanno per interlocutrice Lucrezia stessa (questo è l’emblematico nome della protagonista), una ghirlanda di storie di migranti, vicende connotate dall’epopea della difficile sopravvivenza ma anche dall’apertura al sogno, a una confidente speranza. Così, la prospettiva diviene più ampia e rivivono racconti che Pisani ha elaborato sulla scorta di testimonianze raccolte dalla Casa della Memoria dell’Emigrazione. Testimonianze che, nella bella prefazione, l’autrice rinsalda al presente, ai viaggi disperati e speranzosi dei vari Amina, Rashida, Hassan, Hamed… V’è un fil rouge che li connette ai Vincenzo o alle Cettine di allora, eppure questo filo è tuttora invisibile agli occhi di molti italiani, proprio perché ci mancano il senso della storia e il dono dell’empatia e l’insofferenza legata all’attuale condizione sanitaria acuisce l’ottusa intolleranza (tra l’altro, aggiungerei, alimentata da una politica spesso poco responsabile perché tendenzialmente demagogica). È una bella storia quella narrata da Pisani. In sé è una parabola che ha tratti di terribilità, incentrata com’è su alterne vicende di inganno e disinganno. Essa ci mostra quel portato di abbattimento che frequentemente l’indigenza reca con sé, al punto d’indurre a credere che esista l’impossibilità di una scelta. Eppure l’autrice ci ammonisce a rivendicare proprio quel diritto e proprio in quei momenti in cui la disperazione appare prendere in sopravvento e, in maniera quasi paradossale, fiorisce al contempo il coraggio. Il diritto di scegliere è tutt’altro che un fairy tale, ma reca in sé un je ne sais quoi di fiabesco. Quasi fiabesca, ma in realtà non lontana dalla realtà, è la ricostruzione di una Molfetta del temps jadis, in cui lo stento coesisteva con la bellezza di ricami, ch’erano anche sogni, e con il profumo di cibi genuini sui quali l’autrice indugia non di rado. C’è qualcosa di profondamente honestum in quella Molfetta, che io ho veduto ancora vivo nella città della mia infanzia degli anni Novanta (guardata con gli occhi di chi viveva a Brindisi) e purtroppo non scorgo più nella città odierna, laddove la mancanza del decoro e della pulizia esteriore si sposa con la volgarità montante. Nell’attraversamento delle pagine della Pisani, ti sembra dunque di muoverti in una fiaba, in cui perfino il dolore è impastato col pane. Ciò non significa che esso non resti, scolpito nelle pietre: quelle pietre che devono tornare a parlare perché la memoria del passato non svanisca e non cada tutto nell’oblio. È una storia vera questa di Lucrezia, storia che in qualche modo si apparenta, con esiti differenti, con la forza eroica di altre donne molfettesi, consacrate alla celebrità dal loro sacrificio (vedi i riferimenti alla figura di Rosa Picca nel romanzo). Narrazione che assume un valore di iniziazione alla vita adulta, proprio nell’atto della traversata oceanica che squaderna le paure e attiva una dimensione nuova, per cui qualcosa muore ma qualcosa anche sboccia. L’amore, sì, ma soprattutto la dignità del coraggio. Il tutto è narrato in uno stile fluido, prevalentemente paratattico, connotato da una nuda eleganza, tutt’altro che civettuola, che dialoga con il corredo fotografico proveniente dall’archivio di famiglia o dalle ricerche di amici (Angela Amato, Ana La Martire, Bonifacio Rodolfo Pansini, Sergio Ragno). Frequenti, in funzione mimetica, gli innesti del dialetto, per il quale l’autrice è ricorsa all’ausilio di Corrado Spadavecchia. Un libro da leggere e rileggere, per trarne occasione di lucida meditazione. © Riproduzione riservata

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