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Elly Schlein ultima chance per il Pd
Elly Schlein
05 novembre 2023

“Quindici” accoglie l’invito di alcuni lettori della rivista che ogni mese è in edicola, a pubblicare sul web, dopo qualche mese, alcuni degli articoli apparsi sul cartaceo, per renderli fruibili a un numero maggiore di gente, soprattutto quando i loro contenuti consentono spunti di riflessione utili alla crescita complessiva.
Lo abbiamo fatto anche in passato, lo stiamo facendo anche ora. Riportiamo oggi l’editoriale del direttore Felice de Sanctis pubblicato nel numero del mese di marzo 2023 sulla figura della segretaria del Pd Elly Schlein.

Si chiama Elly Schlein l’ultima chance del Partito Democratico: lo hanno deciso gli elettori e non gli iscritti che contano poco e che sono legati ad un discorso di continuità per mantenere le posizioni e le correnti.

Ed è arrivato lo tsunami, come ha definito qualcuno la vittoria di questa donna di 37 anni, fuori degli schemi del Pd e degli stessi partiti, cogliendo di sorpresa coloro che facendosi guidare dai capibastone e dai possessori dei pacchetti di tessere, rischiavano di finire in un’altra era Renzi con Stefano Bonaccini.

Ma questa nuova segreteria è un segnale chiaro: o si cambia o si muore. Non nel nome di un generico riformismo gattopardesco, tipico degli ultimi anni del Pd e anche di buona parte della sinistra. Gli elettori, quelli che hanno fatto la coda ai gazebo, quelli che in questi hanno fatto aumentare il numero delle astensioni, lanciano un messaggio chiaro: occorre cambiare e virare a sinistra e non restare a galleggiare nelle acque tranquille dei governi della sopravvivenza. Anche perché non si può continuare a galleggiare in un lago che piano piano si va prosciugando.
Il riformismo non si declina a parole, ma con i fatti e con il coraggio di cambiare, anche se costa fatica e posizioni di potere o di rendita. Non si può continuare a navigare a vista se l’orizzonte si allontana sempre di più. Nessuno si aspetta una rivoluzione e una rottura netta, ma col passato bisognerà fare i conti, uscendo dall’equivoco che ha caratterizzato il Pd fin dalla sua nascita. Quella fusione fredda tra ex Dc ed ex Pci non era quella auspicata da Moro e Berlinguer, ma un tentativo, riuscito solo in parte, di arginare il berlusconismo trionfante, nell’epoca del maggioritario, che sembrava la nuova strada della politica italiana, imitando i cugini americani.
La soluzione peggiore era stata quella di inseguire l’avversario, trovando il Berlusconi di sinistra, individuato in quel Matteo Renzi che ha fatto solo danni al Pd e continua a provarci insieme con Carlo Calenda alla ricerca del centro perduto, magari sperando di cooptare Forza Italia, quando Silvio non ci sarà più.

Il Partito Democratico ora deve darsi una vera identità: per farlo c’è bisogno di tutto il coraggio e la determinazione che potrà mettere in campo Elly Schlein giocando soprattutto sul fronte economico. E’ qui che si farà la differenza con un centrodestra che è riuscito ad apparire più convincente perfino agli operai e alla media borghesia (lo fece anche il fascismo, non dimentichiamolo), pur sostenendo le posizioni dei ricchi, degli evasori, di coloro che si servono dello Stato, anziché essere utili al Paese.

Uno dei passaggi fondamentali sarà il Jobs Act, tra le peggiori leggi del governo Renzi, che ha aumentato la precarietà, vero problema dei nostri giorni e dei nostri giovani, ma anche degli altri lavoratori. Accanto a questo, occorre arrivare ad una vera riforma fiscale in senso progressivo: tasse sui patrimoni e riforma dell’Irpef. Anche il salario minimo, non rappresenta più un’opzione, ma una necessità di fronte alle disuguaglianze crescenti, che hanno cancellato la classe media. Il processo di demolizione è stato avviato proprio con Berlusconi, vero cancro della nostra economia, ma anche della giustizia e della stabilità politica.

Uguaglianza e crescita deve essere il binomio che Elly dovrà coniugare per rappresentare l’alternativa al peggiore governo di destra del Paese (non della Nazione, come piace al Meloni) fatto da una classe dirigente di basso livello che, già dal proprio esordio, sta dimostrando i propri limiti.
Per fare questo occorrono anche le idee, quelle che portano alla prosperità inclusiva, che non passa solo dalla redistribuzione della ricchezza, ma dal mercato del lavoro, fondamentale sul fronte della produttività, che non gravi sulla pelle dei lavoratori, soprattutto più giovani sfruttati e senza prospettive.

La ricchezza, la prosperità, in una parola la crescita, sono impossibili senza la motivazione e il coinvolgimento dei lavoratori, che non posso essere i soli a pagare i prezzi della crisi economica e dell’inflazione. Anche i datori di lavoro non devono continuare a proclamarsi creatori di ricchezza, prendendo, però, i profitti solo per sé e scaricando le perdite sui dipendenti e sullo Stato.

E’ qui la differenza fondamentale tra destra e sinistra, che non sono categorie superate come qualcuno vuole far credere, ma modelli sociali profondamente diversi, anche se non inconciliabili, come è stato dimostrato nel dopoguerra quando l’Italia è riuscita a giocare la partita della ricostruzione con la partecipazione di tutti.
Ecco perché serve anche una forza lavoro qualificata e in salute, una strada percorribile solo ripartendo da istruzione e sanità, abbandonando le derive da New public management che tanto danno hanno prodotto soprattutto al sistema sanitario.
Occorre dotarsi di una politica industriale, riconsiderando anche l’intervento dello Stato e il modello di società che si vuole perseguire, soprattutto di fronte a una destra confusa, che sta dimostrando tutta la propria incapacità, coniugata ad una presunzione senza limiti. E’ la strada per andare a sbattere, portando il Paese sull’orlo del baratro, come avvenne con l’ultimo governo Berlusconi, incapace di risolvere la grave crisi economica, al punto da gettare la spugna e ricorrere ai tecnici della statura di Mario Monti. Stessa cosa è avvenuta con il governo di Mario Draghi, costretto a gestire l’emergenza.
Quale Italia vogliamo? E’ questa la domanda alla quale il Meloni non sa rispondere e il Pd non ha ancora risposto. Quale immagine di Paese si vuole dare?

E’ una bella sfida che attende Elly Schlein, che dovrà passare necessariamente dal rinnovamento dei circoli locali. Un rinnovamento non solo di facciata, come sembra sia avvenuto a Molfetta, dove la proclamata sintesi del nuovo giovane segretario, appare all’esterno più un’operazione gattopardesca di quei capi bastone che mantengono il controllo delle tessere. Non basta eleggere un giovane alla segreteria, occorre dimostrare una politica giovane, che ancora non si vede e che auguriamo ad Alberto D’Amato. Il suo percorso appare in salita e i primi segnali non sono certo incoraggianti: l’assenza di un comunicato stampa al termine del congresso, la diffidenza verso le critiche dei giornalisti, non sono segni positivi (il Meloni è caduto nello stesso errore, sfuggendo o mal sopportando il confronto con chi rappresenta l’opinione pubblica).
Abbiamo dato ampio spazio all’intervista al neo segretario D’Amato: ci auguriamo che alle parole seguano atti credibili sulla scia della Schlein che lui e i capibastone del partito non hanno votato. Sui fatti lo giudicheremo. Intanto gli facciamo gli auguri di buon lavoro.

© Riproduzione riservata

Autore: Felice de Sanctis
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