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Don Tonino uomo e vescovo di parte Nessuna mediazione al ribasso. I 40 anni della sua ordinazione episcopale
15 novembre 2022

Gli aneddoti li conosciamo tutti. Li abbiamo raccontati in lungo e largo. Li abbiamo ascoltati. Riraccontarli e riascoltarli determina quell’effetto simpatia ogni volta cheli usiamo in un’assemblea e in un convegno in cui si fa memoria di lui. Sono passati 40 anni da quando arrivando nella nostra Diocesi, di città in città si fece conoscere indicando la direzione: «inchiodare una spina di speranza nel petto di tanta gente disperata, avvilita dalle miserie morali, sconfitta, emarginata, per la quale Gesù Cristo è un forestiero, la Chiesa è un’estranea, il Vangelo è solo un brandello di ricordi infantili». In realtà non disse l’intenzione con una affermazione. Nel discorso di ingresso a Molfetta, risposte al saluto del sindaco Finocchiaro con una sfilza di domande retoriche: «se io, chiamato a essere Vostro Vescovo, sono stato incaricato di svegliare l’aurora che già vi dorme nel cuore… chi porterà questo annuncio di speranza agli “altri”…? (…) Chi porterà questo annuncio di salvezza a tante persone generose che non sanno valicare i confini dell’inframondano e si battono solo per una giustizia senza tra- scendenze, per una libertà senza utopie, per una solidarietà senza parentele? Chi griderà l’urlo di liberazione totale, por- tandoci da Cristo, nel cuore di tanti gio- vani sbandati che, al loro insopprimibile bisogno di felicità, cercano risposte nelle ideologie del pensiero negativo, nel fa- scino del nichilismo, nelle allucinazioni della violenza, nel paradiso della droga? Chi inchioderà una spina di speranza nel petto di tanta gente disperata?». In dieci anni di Episcopato più che una spina don Tonino ha messo cartelli e frecce stradali perché la direzione fosse chiara. E la direzione la raccontiamo ancora. Ma… C’è una domanda che mi accompagna da un po’ di tempo quando rileggo i testi, riascolto la sua voce o vedo le sue interviste che girano in internet, nei post che in tanti facciamo, condivi- diamo, segnaliamo. Che altro doveva dirci don Tonino, che altro doveva fare perché oggi noi che lo abbiamo conosciuto, ascoltato non fossimo al punto in cui siamo come comunità civile ed ecclesiale, come comunità mondiale che fa i conti con l’idea non più sibillina che è possibile servire Dio e mammona? C’è una cosa che di don Tonino mi è sempre stata chiara: lui era un uomo e un vescovo di parte. Era un uomo e vescovo divisivo nella misura in cui non permetteva che la parte che aveva scelto di difendere e servire fosse oggetto di mediazioni al ribasso. Era un uomo e un vescovo che scomodava perché aveva scelto di vivere la fede sperimentandola e sperimentandosi nella incarnazione delle beatitudini, che valgono per i credenti, sono la costituzione laica per chi non crede, e fanno la differenza nella Storia quando qualcuno le pratica. Era un uomo e un vescovo che sapeva di ricoprire un posto di potere. E il potere lo usava non come sostantivo ma come verbo per la parte dalla quale stava. I poveri e la pace. Per queste parteggiava in maniera chiara, nitida, sine modo. Che altro allora avrebbe dovuto fare o dirci perché ci fosse chiaro che al mondo si sta dicendo chiaramente da che par- te stai non a parole ma con opere e non omissioni rispetto ai poveri, ai sistemi che autoalimentano le povertà vecchie e nuove e la pace? Ha detto tutto. Ha fatto molto. E an- che sul finire dei suoi giorni aveva capi- to cosa già ci mancava come comunità. Scrive ne La Bisaccia del cercatore: «Il nostro deficit – diciamolo con chiarezza – non sta nell’annuncio della risurrezio- ne di Gesù, della sua trascendenza, della centralità della sua vita, ma sta nell’inco- erenza con cui viviamo la nostra identità di cristiani di fronte al mondo. I nostri linguaggi, cioè, si sono normalizzati, le nostre azioni non hanno nulla di eccentrico, le nostre decisioni non hanno il soprassalto dell’estro. Agli apostoli, nel giorno di Pentecoste, la gente sbalordita diceva, beffandoli: “Sono ubriachi di mosto dolce” (At 2,13). A noi non ci ferma nessuno, stupito, per rimpro- verarci di essere sbronzi. Non si accorge più nessuno della nostra presenza, perché non c’è in noi il brivido della passione. Diceva Gramsci, in una delle lettere, scrivendo ai suoi compagni: ‘Manca il brivido della passione’». E nello stesso libro racconta una cosa singolare che era successa a lui: «Io ebbi l’infelice idea di pronunciare questa frase il giorno del mio ingresso in una città della Diocesi nel corso di una solenne celebrazione eucaristica. Citando Gramsci io volevo incoraggiare i credenti a rabbrividire, a sentire la pelle d’oca per il messaggio di Gesù Cristo. Andò bene. Ovvero andò bene come discorso. Ma fin dal giorno dopo ricevetti già delle lettere, le prime lettere di contestazione, che dicevano: “prima, quando un vescovo parlava in una cattedrale citava i Santi, faceva riferimento ai Padri della Chiesa. Adesso citano Gramsci. È proprio la fine”». Adesso citiamo Gramsci e citiamo anche don Tonino, venerabile e per molti già Santo. Ma non ci contesta nessuno. Che brutta fine che stiamo facendo come uomini e donne di fede, cittadini e cittadine di un mondo sull’orlo dell’abisso, più inclini a patteggiare che a parteggiare. © Riproduzione riservata

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