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Complesso del servo. Libertà a rischio Una riflessione di Felice de Sanctis alla vigilia del voto di domani
24 settembre 2022

 Ahi serva Italia, di dolore ostello, nave sanza nocchiere in gran tempesta, non donna di provincie, ma bordello! Scriveva Dante, mentre Manzoni nel 5 maggio ci parlava del servo encomio e del codardo oltraggio.

Per capire gli italiani bisogna leggere la nostra letteratura che, oggi è un arnese accantonato, se non dimenticato, a favore della “letteratura” dei social che sta provocando un analfabetismo di ritorno, più o meno simile a quello degli italiani negli anni Venti e Trenta, che favorì l’ascesa del fascismo. Con una variante: dall’uomo della Provvidenza siamo passati alla donna della Provvidenza.

Qualche femminista… evoluta potrebbe gioire per questo progresso sul fronte della parità di genere e dell’ascesa al potere dell’altra metà del cielo. E in un’Italia imprevedibile, si scopre che anche alcune donne progressiste credono a questo “miracolo” della prima donna premier.

Un peccato di superficialità, perché l’idea di donna che fa parte del dna della Meloni, fascista contemporanea, è quella del modello sociologico mussoliniano, subordinata al marito (al quale veniva permessa la poligamia, come fatto di natura) secondo un paradigma biologioco ottocentesco. La donna madre e serva, in questa logica sessista, tipica del misoginismo fascista, era solo la custode del focolare, destinata ad abbondante riproduzione (quanto ne abbiamo bisogno oggi di figli italiani, a causa dell’invasione di neri ed extracomunitari, secondo i Fratelli fascisti). Se qualcuna si ribellava, era pronta la diagnosi di pazzia e la chiusura in manicomio come fece Mussolini con la sua prima moglie Ida Dalser.

Alla vigilia delle elezioni politiche del 25 settembre, che potrebbero sconvolgere l’Italia, pronta ad essere rigirata come un pedalino (calzino, ndr), secondo le promesse della Giorgia, romana della Garbatella, occorre riflettere sui rischi che corrono la nostra libertà e soprattutto quella delle donne, degli omosessuali, dei migranti e delle minoranze in genere.

Ecco perché questa volta non parliamo di Molfetta, ma dell’Italia, per un problema che ci riguarda tutti da vicino e, di riflesso, anche il futuro della nostra città.

La trimurti, miscela esplosiva composta da Meloni (la nostra Le Pen), Salvini (il nostro Orban), Berlusconi (il nostro Trump), si accinge a governare l’Italia, anzi dà per scontata la vittoria e fa già programmi di cambiamento radicale. E non si tratta di una destra liberale, conservatrice e borghese, ancora accettabile nell’alternanza democratica, ma di una destra demagogica e autoritaria che pensa solo al proprio interesse e a quello dei ricchi (che li pagano) e dei dittatori stranieri che li sostengono e finanziano, come Putin. Non dimentichiamo che si tratta di personaggi e politiche già vecchie, che hanno fallito, portando l’Italia sull’orlo del baratro e costringendo Berlusconi a dimettersi, almeno per salvare le proprie aziende, visto che lui, imprenditore assistito, non riusciva più a farlo, nemmeno dal governo. E così ci è toccato il salasso di Monti, che, però, ha salvato l’Italia dal precipizio.

Cosa è cambiato da allora? Nulla, gli acchiappacitrulli fanno le stesse proposte, con l’aggiunta della realizzazione del presidenzialismo, che per l’Italia sarebbe un cancro incurabile. Infatti stravolgerebbe la Costituzione, come hanno sottolineato illustri costituzionalisti, uno per tutti il maestro di diritto costituzionale ed ex presidente della Consulta Gustavo Zagrebelsky.

Il modello dell’ungherese Orban, che tutta la destra ama, instaurerebbe un regime autoritario, che comincerebbe a sopprimere le libertà fondamentali, a cominciare dalla stampa.

Infatti con l’elezione diretta del Presidente della Repubblica, quest’ultimo perderebbe il ruolo di garante della Costituzione, perché non sarebbe più una figura super partes. E sotto il suo potere – o sotto il potere del partito del Presidente – il Parlamento rischierebbe di essere schiacciato, in una condizione di ricatto permanente, come osserva il giurista.

Insomma, il modello presidenzialista, che pure esiste in atri Paesi, in Italia non funzionerebbe, perché avrebbe delle conseguenze disastrose. Ogni forma di governo – dice ancora Zagrebelsky – è come un abito che deve essere indossato: bisogna tenere conto delle caratteristiche specifiche del corpo di una nazione, anche dei suoi difetti, delle malformazioni del corpo che deve indossarlo. Ogni forma di governo, come dicono i classici, e quindi l’architettura dello Stato deve essere adatta alla base sociale e politica del Paese in cui deve essere realizzata.

Il popolo italiano è poco adatto al presidenzialismo, perché a differenza della Francia, dove hanno fatto le rivoluzioni, da noi, prevale sempre il sentimento servile di correre in soccorso del vincitore, magistralmente tratteggiato da Flaiano.

Ma andando anche più indietro, come suggerisce il giurista, potremmo arrivare allo storico Tacito che negli “Annali” parlava di ruere in servitium quando i romani avevano la propensione ad accorrere al servizio dell’imperatore Tiberio. Lo diceva già Montanelli: esiste una nostra abitudine a servire il potente (vedi il consenso a Mussolini), per poi abbandonarlo ai primi segni di debolezza. E qui torna il Manzoni che nel 5 Maggio ricorda la vicenda del genio di Napoleone, il quale, si era conservato puro da adulazioni servili (“vergin di servo encomio”) come da offese vili (“codardo oltraggio”). Insomma, l’italiano è sempre in bilico fra sbandamento tra l’amore acritico e sbandamento estremo. E Mussolini resta l’esempio più calzante in proposito.

Il “complesso del servo” è parte della nostra storia, ci duole ammetterlo, ma è così.

Il presidenzialismo, da noi, diventa estremismo e si passerà dalla partecipazione alla decisione, che è divisiva. E da cittadini, gli italiani si trasformeranno in sudditi.

Se si realizzasse la proposta del centrodestra, il presidente diventerebbe un soggetto governante e iperpoliticizzato: eletto a suffragio diretto con il sostegno di una forza politica, nomina il primo ministro, su proposta del premier nomina e revoca i ministri e presiede il consiglio dei ministri (il Gran Consiglio?). Una figura di questo tipo non è super partes, ma servo a sua volta di una parte e non può fare da garante per tutti.

Il passato ci perseguita. Siamo giunti a questo punto per colpa di Berlusconi. Avevamo cominciato a riprenderci faticosamente con Draghi e ora rischiamo di tornare indietro, anzi c’è l’ombra di un possibile tiranno.

Questa non è democrazia, o meglio è la democrazia alla Orban, alla Putin, che in Italia non ci meritiamo, ma soprattutto non vogliamo.

Ecco perché occorre andare a votare, ogni volta le elezioni sono cruciali, storiche, ecc. Però, mai come questa volta, rischiamo di giocarci altri 20 anni. Il Paese e soprattutto la sua economia, non possono finire in mano a incompetenti dichiarati, ma soprattutto, non ce lo possiamo permettere, anche perché gli italiani, a differenza dei francesi, non sono capaci di fare rivoluzioni.

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Autore: Felice de Sanctis
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