Beniamino e Arturo Finocchiaro
MOLFETTA - «Vita enim mortuorum in memoria est posita vivorum»
Marco Tullio Cicerone, Filippiche, IX, 5, 10
Non è la fama, non sono le cariche né il prestigio a tenere accanto a noi, coloro che abbiamo amato. È la memoria di chi resta. Lo scriveva Cicerone duemila anni fa, nell’orazione che pronunciò in Senato in onore di Servio Sulpicio Rufo: «la vita dei morti è riposta nella memoria dei vivi»
Sono parole di una sobrietà quasi severa, priva di consolazioni facili: non promettono continuazione, eternità, né trascendenza. Lasciano soltanto presagire che, finché qualcuno ricorda, con verità di pensiero e di sentimento, chi non c’è più continua ad agire nel mondo, attraverso le scelte di chi lo ha conosciuto, il comportamento di chi lo ha assunto a riferimento, l’esempio di vita che ha lasciato.
È questo il pensiero che mi sovviene, ripercorrendo le vite di Beniamino Antonino e di Antonio Maria Arturo Finocchiaro, fratelli, entrambi profondamente legati a Molfetta e vivissimamente cari, a me come a tanti. Non li accosto per celebrare due curricula, per quanto di primissimo piano nella storia della Città e della Repubblica, li accosto perché in loro ho riconosciuto, fin da quando ho avuto la fortuna di frequentarli, qualcosa che le cariche istituzionali, da sole, non spiegano mai fino in fondo.
C’è, nelle loro biografie, un parallelismo di date che ha sempre avuto, ai miei occhi, qualcosa di simbolico. Beniamino, Tonino in famiglia, nacque il 3 luglio 1923 a Barletta, per poi legare la propria vita, fin da giovanissimo, a Molfetta, di cui sarebbe diventato consigliere comunale, vicesindaco, assessore e infine sindaco per due mandati. Fu deputato dal 1963 al 1968, primo Presidente del Consiglio Regionale della Puglia, che muoveva i suoi primi passi istituzionali, dal 1970 al 1975, Presidente della RAI dal 1975 al 1977, in uno dei periodi più delicati della storia del servizio pubblico radiotelevisivo italiano. Fu poi senatore della Repubblica e sottosegretario al Tesoro nel secondo governo Craxi. Morì a Molfetta il 13 agosto 2003, circondato dall’affetto e dal rammarico dei tanti che lo avevano avuto caro.
Antonio, Arturo per chi lo conosceva da vicino, nacque a Molfetta il 5 luglio 1938. Laureato in Scienze Politiche a Bari, entrò in Banca d’Italia nel 1961: fu capo del Servizio Elaborazioni e Sistemi Informativi dal 1978, capo del Servizio Personale dal 1981, Segretario Generale dal 1985, Vice Direttore Generale dell’Istituto dal 1997 al 2009, attraversando le grandi trasformazioni di un Istituto che ha connotato la vita di un Paese che spesso ha dovuto cercare in quella Istituzione la propria identità civile. Concluse la propria carriera pubblica come presidente della Commissione di Vigilanza sui Fondi Pensione, dal 2009 al 2013. Morì a Roma il 2 agosto 2023, assistito dai suoi familiari più cari e con il tributo riconoscente della comunità.
Quindici anni, quasi al giorno, separano le loro nascite; venti anni, quasi al giorno, le loro morti.
È una coincidenza che, a chi li ha conosciuti entrambi, restituisce plasticamente qualcosa che andava già oltre l’anagrafe: un legame che, per la differenza d’età, assomigliava più a quello tra un padre e un figlio che tra due fratelli, fatto di ammirazione profonda e reciproca, e da un attaccamento viscerale, in entrambi, alla famiglia, alla comunità, alla loro città d’origine: quella Molfetta a cui Beniamino dedicò l’intera vita pubblica e a cui Arturo, pur nella sua carriera romana, non cessò mai di sentirsi profondamente legato.
Ma l’eredità dei fratelli Finocchiaro non sta soltanto e forse neppure principalmente nelle cariche che hanno ricoperto, nell’attività pubblica e nell’azione professionale che hanno svolto, per quanto importanti e significative.
Sta in qualcosa di meno visibile e di più duraturo: un’eredità morale. Un’etica privata che coincideva, senza sbavature, con l’etica pubblica. Una correttezza dei comportamenti che non ammetteva eccezioni di comodo. Una coerenza nelle scelte ideali e di vita che non si piegava alle convenienze del momento. Un senso fortissimo della famiglia. Un impegno senza risparmio delle proprie energie e capacità per un interesse che superava sempre quello personale. Un rispetto intimamente sentito, non recitato, per gli altri, per le regole di civile convivenza, per la vita, per il futuro: quel futuro che entrambi, a modo loro, volevano contribuire a plasmare e rendere migliore per la comunità a cui appartenevano.
Ecco perché, porgendo un fiore ideale sul loro tumulo, mi alberga in animo il pensiero che nella vita si costruisca ben poco di davvero solido senza avere avuto dei buoni maestri, non necessariamente in un’aula, ma nella vita vissuta accanto a loro, osservando come sciolgono i dilemmi, come trattano chi ha meno potere di loro, come restano fedeli a sé stessi, ai loro valori quando nessuno guarda, non per cercare applausi a buon mercato o facili, volatili piaggerie.
Sono loro, e solo loro, ai quali dovremmo essere capaci di dire grazie, se vogliamo una vita piena, sincera, priva di quelle genuflessioni ipocrite e vili che sembrano scorciatoie verso un successo effimero, e che sono invece sentieri lungo i quali si perdono, un poco alla volta, la propria dignità e la propria anima, sacrificate sull’altare di privilegi materiali e presunti prestigiosi ruoli sociali tanto vacui quanto passeggeri.
Beniamino e Arturo Finocchiaro sono stati, per chi ha avuto la fortuna di conoscerli, maestri di questo tipo. Ed è per questo che continuano a vivere, in noi e con noi.
A loro va il nostro sincero grazie.
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Autore: Sergio Magarelli