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Allarme sicurezza ed emergenza microcriminale a Molfetta. L’amministrazione ignora il fenomeno
09 luglio 2023

MOLFETTA – L’allarme sicurezza resta ancora alto a Molfetta, ma il sindaco e l’amministrazione comunale sembrano non preoccuparsene, sottovalutandone la portata:

“Quindici” che è stato il primo a lanciare questo allarme, torna ogni volta a sottolineare la necessita di un’azione di prevenzione. A questo appello recentemente si sono uniti anche i sindacati che criticano l’indifferenza dello stesso sindaco Minervini e del presidente del consiglio comunale Amato, che non hanno voluto che l’argomento fosse oggetto di una seduta del consiglio comunale.

«Purtroppo Molfetta continua ad essere una città “allegra” dove ogni sera si assiste a fuochi d’artificio e a manifestazioni di illegalità diffusa, dove si continua a spacciare droga, dove la sicurezza non è garantita, dove è frequente la vendita di merci senza autorizzazione e l’occupazione abusiva del suolo pubblico senza alcun intervento delle forze dell’ordine», così scrivono i sindacati.

“Quindici” accoglie l’invito di alcuni lettori della rivista che ogni mese è in edicola, a pubblicare sul web, dopo qualche mese, alcuni degli articoli apparsi sul cartaceo, per renderli fruibili a un numero maggiore di gente, soprattutto quando i loro contenuti consentono spunti di riflessione utili alla crescita complessiva.
Riportiamo oggi l’editoriale del direttore Felice de Sanctis pubblicato nel numero del mese di maggio 2023 che parla proprio di sicurezza.

 

Allarme sicurezza per l’emergenza criminale a Molfetta. L’escalation delle ultime settimane preoccupa i cittadini e le forze politiche, soprattutto a causa dell’indifferenza dell’amministrazione comunale che sottovaluta il fenomeno, limitandosi ad appelli al prefetto e a comunicati di condanna.

Non è così che si affronta un fenomeno serio, anche se non ha raggiunto il livello di altre città (ma questa non può essere una scusa per il sindaco Tommaso Minervini), comincia a preoccupare soprattutto per il fatto che la microcriminalità e le baby gang hanno proclamato il controllo del territorio.

La prova di forza e la manifestazione del loro presunto potere, questi criminali (oggi micro, ma domani sicuramente macro) l’hanno data nella manifestazione pacifica di cittadini e forze politiche durante il flash mob in piazza Vittorio Emanuele per condannare la violenza e i fuochi d’artificio sparati in pieno centro, senza timore di sanzioni.

Questi delinquenti, definiti “gentaglia” dal sindaco, hanno sfidato cittadini, istituzioni e forze dell’ordine (che assistevano impotenti) sparando fuochi proprio durante la manifestazione (alla quale era assente il sindaco).

C’è bisogno di altri segnali per intervenire? Dopo gli incendi delle auto, siamo passati alla droga, alle spaccate delle vetrine dei negozi, ai furti e alle rapine, anche per pochi spiccioli, per concludere con i fuochi di artificio illegali (c’è un controllo sulla vendita dei botti? Oppure si fa solo a Capodanno, peraltro inutilmente).

Le forze politiche di sinistra hanno ribadito che Molfetta non è una città di nessuno e non si arrendono all’idea che il fenomeno sia comune ad altre città, come dice il sindaco. Rassegnarsi è sempre una colpa, soprattutto quando il fenomeno è sottovalutato.

Quali sono le risposte che l’amministrazione comunale ha dato a questa situazione? L’acquisto di telecamere ancora non installate e la dotazione di armi alla polizia locale?

Dove sono gli sceriffi armati? Non li abbiamo visti. “Quindici” è stato sempre contrario a dotare i vigili urbani di pistole, anche perché siamo convinti che avere una pistola non risolve il problema, anzi lo aggrava, perché spinge i criminali ad usare a loro volta armi per difendersi e, alla fine, può scapparci il morto.

Occorrerebbe più determinazione da parte della polizia locale, anche senza bisogno di fare gli sceriffi (i poliziotti londinesi non sono armati), ma occorre un progetto, una strategia che è del tutto assente e non si ha idea di come affrontare la situazione. Perfino partiti dell’amministrazione comunale, come “Cuore democratico” si limitano a partecipare al flash mob, senza chiedersi cosa fanno loro per arginare la delinquenza.

Le forze politiche hanno più volte chiesto al sindaco di convocare il Comitato per l’ordine e la sicurezza, ma questo non è mai avvenuto.

Occorrerebbe anche analizzare eventuali possibili riferimenti anche indiretti o inconsapevoli, all’interno della stessa maggioranza. Il dubbio è legittimo, perciò occorre prendere subito le opportune distanze. Come mai questi criminali si sentono così sicuri da arrivare a sfidare le istituzioni? Molte volte la ricerca di consenso e voti finisce involontariamente per sfiorare aree di illegalità, senza saperlo. Ecco perché occorre verificare minuziosamente chi sono coloro che sostengono candidati in campagna elettorale.

E’ certamente un compito scomodo, ma necessario, quello della verifica dei consensi, perché in questi casi c’è sempre un prezzo da pagare che non può ricadere sulla comunità. Sicuramente questi consensi sono frutto di buona fede, ma una verifica in più non guasterebbe.

Una città allo sbando, come dicono alcune forze di opposizione di destra (che, tra l’altro, quando stavano al governo non hanno fatto nulla)? Una città sporca, insicura e inospitale? Non è una bella immagine, che va, perciò, cambiata con il coinvolgimento di tutti, maggioranza e opposizione.

Occorre anche analizzare il sistema educativo locale e soprattutto le politiche sociali di questi anni che hanno lasciato molto a desiderare. Non si possono erogare contributi a pioggia, senza verificare chi siano i veri fruitori di questi soldi pubblici e soprattutto se si tratti di personaggi discutibili.

Il fallimento delle politiche sociali e del welfare di questi anni è fallimentare. Di chi sono le responsabilità? Vanno cercate e sanzionate e non taciute per non perdere consensi. Quello della raccolta dei voti è un’arma a doppio taglio e a Molfetta, molto spesso, non si è guardato alla provenienza del “consenso” (interessato e ricattatorio).

Un fenomeno che va seguito attentamente, ad esempio, è quello delle cosiddette baby gang, gruppi che si organizzano per commettere violenza o vandalismo. Sono giovani, anche adolescenti, che vivono in quartieri disagiati o marginalizzati, che in assenza di un valido supporto familiare ed educativo, finiscono per delinquere.
Sono presenti in quartieri urbani poveri, con disoccupati che non hanno opportunità educative e di svago e rischiano l’isolamento sociale.

I membri delle gang sono solitamente uniti da un forte senso di appartenenza al gruppo e da un desiderio di affermazione attraverso l’uso della forza e della violenza. Spesso, gli atti commessi sono finalizzati alla dimostrazione di potere nei confronti di altre gang rivali, ma possono anche essere rivolti contro persone o istituzioni che rappresentano il potere e l’autorità.

Spesso, la delinquenza giovanile diventa, per i membri delle bande, un modo per affermarsi e ottenere riconoscimento all’interno del gruppo, compensando così il vuoto affettivo e identitario che spesso caratterizza le loro vite.

Inoltre, esse mettono in discussione il ruolo delle istituzioni, in particolare delle forze dell’ordine e del sistema giudiziario, nella gestione dei fenomeni di criminalità giovanile. L’approccio repressivo adottato in molti casi sembra non essere sufficiente a risolvere il problema, e si rende necessario un intervento più ampio che coinvolga anche la prevenzione e l’inclusione sociale.

Infine, le baby gang rappresentano un fenomeno che riguarda tutti i cittadini, perché colpiscono la sicurezza e la qualità della vita nelle città. Gli atti di violenza e vandalismo possono avere conseguenze anche gravi, sia per le persone che per le attività commerciali e pubbliche. Quindi le bande giovanili rappresentano una sfida per la società nel suo complesso, che deve lavorare per trovare soluzioni efficaci e sostenibili a questo problema.

Sul fenomeno delle baby gang sono stati realizzati diversi studi, dai quali emerge che per contenere questi gruppi microcriminali sono necessari interventi complessi e multidisciplinari che coinvolgano diverse istituzioni e attori sociali.
Tra le strategie che possono essere adottate per prevenire e contrastare il fenomeno sono stati individuati: interventi di prevenzione primaria, che puntano a migliorare le opportunità educative, lavorative e di svago per i giovani, riducendo così i rischi di emarginazione e delinquenza; interventi di prevenzione secondaria, che si rivolgono ai giovani già in difficoltà, offrendo loro percorsi di reinserimento sociale e supporto psicologico; interventi di contrasto alla microcriminalità, che prevedono l’impiego di forze dell’ordine e il potenziamento dei sistemi di videosorveglianza e di controllo del territorio; interventi di controllo degli spazi pubblici, attraverso la valorizzazione degli spazi verdi e delle aree ludiche, il monitoraggio dei luoghi a rischio e l’introduzione di un sistema di sanzioni per gli atti di vandalismo; interventi di coinvolgimento della comunità, attraverso la creazione di reti di supporto e di collaborazione tra le istituzioni, le associazioni e le famiglie, al fine di promuovere una cultura della legalità e della solidarietà; interventi di educazione civica, che mirano a sensibilizzare i giovani sui valori della convivenza pacifica e del rispetto delle regole, attraverso progetti formativi nelle scuole e attività di animazione del territorio; interventi di sostegno alle famiglie, che prevedono il potenziamento dei servizi sociali e l’offerta di aiuto economico a chi è in difficoltà, al fine di garantire il benessere dei bambini e dei giovani.

Come si vede le soluzioni ci sono, sono le azioni che mancano. L’amministrazione comunale prenda nota e cominci a lavorare in questo campo, che è più importante della realizzazione di qualche opera pubblica, anche inutile, che offre sicuramente meno consenso della realizzazione di una migliore qualità della vita e di una maggiore sicurezza dei cittadini.

© Riproduzione riservata

Autore: Felice de Sanctis
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