Recupero Password
Votare NO, una scelta di libertà e giustizia
22 marzo 2026

La riforma che modifica la Costituzione italiana introducendo la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri è il primo atto politico rilevante che toglie la maschera a un governo di destra destra con un percorso autocratico che ha come obiettivo finale quello di introdurre un regime autoritario camuffato.
Del resto la natura della presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, l’origine, la formazione, il brodo di coltura, insomma l’anima nera del personaggio politico, è quella fascista. Non il fascismo delle camicie nere e dell’olio di ricino, retaggio del ventennio, sepolti per sempre, anche nei loro aspetti ridicoli, ma una forma di moderno autoritarismo, un’autarchia, più mascherata e forse anche più efficace da inoculare nel popolo e più semplice da realizzare.

Il referendum sulla separazione delle carriere dei giudici è il primo tentativo di picconare la Costituzione antifascista, nata con l’Italia repubblicana, conquistata col sangue dei partigiani italiani, che, a differenza dei tedeschi, si sono riscattati con la Resistenza, aprendo la strada alla democrazia. Se rompe gli argini della diga democratica, questa riforma voluta da Licio Gelli della P2 e dal peggiore personaggio di tutti, Silvio Berlusconi, dal quale discendono i mali di oggi, si apre una breccia di autoritarismi senza fine, che metteranno in pericolo la stessa democrazia.
Del resto l’accanimento con cui Nordio e la Meloni spingono per questa riforma, la dice lunga sulla loro vera intenzione.

I magistrati in Italia non godono di molte simpatie: troppi errori, tante sentenze superficiali che costringono all’appello. Ma anche chi, come noi, è stato vittima di errori e superficialità (una volta addirittura per una sentenza di condanna, si è fatto ricorso allo Statuto Albertino!), ha il dovere di votare NO per garantire l’istituzione e la sua autonomia, nell’equilibrio dei poteri, compreso quello di controllare la politica, come fa la stampa (anch’essa invisa ai nostri governanti).

C’è un momento, nel dibattito pubblico, in cui una riforma smette di essere una risposta e diventa una distrazione. La separazione delle carriere dei magistrati, oggi proposta come soluzione ai mali della giustizia italiana, appartiene sempre più chiaramente a questa categoria. Dietro parole d’ordine apparentemente ragionevoli – imparzialità, equilibrio, modernizzazione – si nasconde una riforma che rischia di indebolire il cuore stesso dello Stato di diritto.

Per questo, di fronte a un referendum sulla separazione delle carriere, dire NO non è un atto di conservazione. È un atto di difesa democratica. Si parla di magistratura ideologica, non è questo il problema, ma è solo una scusa per evitare che i giudici possano indagare sui politici. Già ora le prime leggi della Meloni e di Nordio hanno eliminato l’abuso di ufficio (puniva la corruzione quando il pubblico ufficiale o l'incaricato di pubblico servizio che, violando norme di legge o regolamenti, intenzionalmente procurava a sé o ad altri un ingiusto vantaggio patrimoniale o arrecava un danno ingiusto) e il "traffico di influenze" (reato che si verifica quando un individuo sfrutta la propria posizione, conoscenze o prestigio, le proprie "influenze", per ottenere un vantaggio illecito, spesso di natura economica, in cambio di denaro o altri benefici, in violazione del proprio dovere di imparzialità). Domani elimineranno tutti i reati per i colletti bianchi e i politici in generale. Insomma, siamo già al Trumpismo che piace tanto alla Meloni, la quale si riconosce pienamente nelle scelte, anche folli, del presidente Usa: un servilismo vergognoso!

Il racconto che sostiene il SÌ è ormai noto: giudici e pubblici ministeri sarebbero troppo vicini, legati da un’appartenenza comune che metterebbe in discussione l’imparzialità del giudice. Ma questo racconto propagandistico semplifica fino a deformare la realtà. La terzietà del giudice non nasce dalla distanza burocratica dall’accusa, ma dalle garanzie costituzionali, dalle regole del processo, dalla cultura professionale della magistratura. Mettere in dubbio questa terzietà significa insinuare che l’intero sistema non sia affidabile. È una delegittimazione grave, che non rafforza la giustizia: la rende più fragile agli occhi dei cittadini. E non dimentichiamo che con questo referendum vengono realizzate modifiche di ben 7 articoli della Costituzione che ha garantito giustizia, libertà e democrazia per 78 anni.

Separare le carriere, inoltre, non è una scelta tecnica neutra. È una decisione politica che incide direttamente sull’equilibrio dei poteri. Un pubblico ministero separato, con un diverso sistema di carriera e di governo, è inevitabilmente un pubblico ministero più esposto alle pressioni, alle convenienze del momento, al rischio che l’azione penale smetta di essere uguale per tutti. Non è un timore astratto: è una lezione che la storia italiana, e non solo italiana, ha già impartito.

C’è poi una domanda che resta colpevolmente senza risposta: in che modo la separazione delle carriere migliorerebbe la vita dei cittadini? Non riduce i tempi dei processi, non risolve l’arretrato, non rafforza gli uffici giudiziari, non assume personale, non investe in tecnologia. È una riforma che parla molto alla politica e pochissimo alle persone che ogni giorno attendono giustizia.

I cittadini non chiedono giudici e pubblici ministeri più distanti tra loro. Chiedono una giustizia che funzioni. Chiedono tempi certi, decisioni rapide, tribunali accessibili. Chiedono che il diritto non sia una corsa a ostacoli, ma una tutela concreta. La separazione delle carriere non risponde a nessuna di queste esigenze e lo riconosce perfino il ministro della giustizia Nordio, ex magistrato che sembra avere una voglia di rivalsa verso i suoi ex colleghi.

Anche l’unità della magistratura viene spesso liquidata come un privilegio corporativo. In realtà è un presidio di equilibrio. Una magistratura unita condivide una cultura comune dei diritti e delle garanzie. Dividerla significa creare compartimenti stagni, contrapposizioni, conflitti interni, altro che correnti! Significa indebolire, non rafforzare, la funzione della giustizia in un momento storico in cui avrebbe invece bisogno di solidità e credibilità. La distruzione del CSM (Consiglio superiore della magistratura), creandone, con un assurdo sorteggio, due e un’alta Corte sopra tutte, apre la strada a conflitti e paralisi senza fine.

Non è un caso che questa riforma emerga in un clima di attacco continuo alla magistratura, accusata di protagonismo e politicizzazione. In questo contesto, la separazione delle carriere appare meno come una riforma e più come un messaggio: ridimensionare, controllare, mettere sotto pressione. È una strada pericolosa. Del resto Nordio e la Meloni, consapevolmente o inconsapevolmente hanno fatto capire che si vuole il controllo della politica sulla magistratura per avere mani libere, senza rispondere di nulla. Già oggi, creando un clima tossico, additando i magistrati all’odio dell’opinione pubblica, si apre una strada pericolosa. Nordio e Meloni hanno evocato le Brigate Rosse, una ipotesi inesistente, ma continuare su questa strada, potrebbe generare una reazione omicida verso i magistrati, come avvenuto negli anni di piombo: una strada pericolosa e colpevole che non può essere consentita.
Dividere l’Italia, perfino sulla polizia di Stato, significa mettere a rischio la sicurezza dei cittadini e del Paese, solo con lo scopo di sopprimere il dissenso: se non è fascismo questo! Le leggi varate dal governo Meloni che prevedono di pre avvertire chi compie reati, ad esempio gli spacciatori, permette ai malviventi di far sparire le prove. Anche per le perquisizioni vale lo stesso principio: avvertire prima i presunti colpevoli, significa spingerli a far sparire le prove. Stesso discorso per il divieto di intercettazioni o il loro uso limitato è un favore fatto ai colletti bianchi in caso di corruzione. Ma siccome la legge vale per tutti, servirà all’impunibilità anche dei mafiosi, che hanno già brindato al provvedimento. Quindi di quale sicurezza parliamo? Se poi togliamo poteri e credibilità ai giudici, il gioco è fatto. Ha ragione il Procuratore Gratteri quando sostiene che si tratta di una riforma schizofrenica specialmente dove stabilisce il principio di deve avvertire l’indagato dell’arresto e delle perquisizioni. E Saviano ammonisce: ogni riforma che allenta l’autonomia dei Pubblici ministeri e frammenta il governo della magistratura, rende più difficile colpire il potere dei clan (che ovviamente voteranno e faranno votare Sì), insomma, un favore alla mafia. Come si fa a non capire queste cose fondamentali e perfino evidenti?

Dire NO a questo referendum, significa rifiutare una scorciatoia sbagliata. Significa chiedere riforme vere, non simboliche. Significa difendere l’indipendenza della giustizia anche quando è scomoda, anche quando disturba il potere. La giustizia non ha bisogno di essere addomesticata. Ha bisogno di essere messa nelle condizioni di funzionare.
E quando si è chiamati a scegliere, non basta chiedersi cosa sia più semplice. Bisogna chiedersi cosa sia più giusto.

Per questo, senza ambiguità, il NO è la scelta che guarda al futuro della democrazia, non alla sua erosione silenziosa, è una scelta di libertà.

Felice de Sanctis

© Riproduzione riservata

Editoriale rivista mensile “Quindici” 2/26 

Autore: Felice de Sanctis
Nominativo
Email
Messaggio
Non verranno pubblicati commenti che:
  • Contengono offese di qualunque tipo
  • Sono contrari alle norme imperative dell’ordine pubblico e del buon costume
  • Contengono affermazioni non provate e/o non provabili e pertanto inattendibili
  • Contengono messaggi non pertinenti all’articolo al quale si riferiscono
  • Contengono messaggi pubblicitari
""
Quindici OnLine - Tutti i diritti riservati. Copyright © 1997 - 2026
Editore Associazione Culturale "Via Piazza" - Viale Pio XI, 11/A5 - 70056 Molfetta (BA) - P.IVA 04710470727 - ISSN 2612-758X
powered by PC Planet