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Una famiglia di profughi ucraini si racconta: grazie Molfetta
15 aprile 2022

«Siamo davvero riconoscenti per quello che state facendo per noi, per tutto il popolo ucraino ma dateci la possibilità di fare noi qualcosa per voi». Ecco spiegato in poche semplici parole il concetto di accoglienza. Marta, Solomiia Iryna, Bogan, Olesia hanno ben chiaro il concetto di solidarietà. Profughi ucraini, cittadini che si mettono a disposizione. Un’insegnante di violino, una docente di biologia, una lavoratrice laureata in economia, due adolescenti frequentanti la scuola superiore. E non basta loro continuare a seguire le lezioni con la didattica a distanza, non basta loro continuare ad insegnare e a lavorare; voglio rendersi utili. Un concetto nuovo ed antico di accoglienza, un arricchimento per tutti. Ed anche l’intervista concessa a “Quindici” diventa un dono, un voler ricambiare. Don Vincenzo di Palo accoglie l’intervistatrice e il suo traduttore personale, suo figlio, con la sua prorompete vitalità. Fa sentire subito a proprio agio ed i sorrisi e gli sguardi della famiglia rompono gli indugi. “Excuse me for my bad English”. Ecco, almeno mi sono scusata delle pessime figure che sicuramente seguiranno. “Volete un caffè”, chiede Iryna. No thanks. Insomma… pare l’inizio di una bella conversazione. E così è! Il giovane traduttore entra subito in confidenza con i ragazzi. In fondo l’empatia abbatte le barriere della lingua e ci si scopre cittadini del mondo, di quell’unico mondo privo dei confini e di sovrastrutture costruite da adulti ambiziosi e privi di amore. Don Vincenzo è il collante, colui che con apparente leggerezza, porta alla riflessione di temi importanti, l’apparente leggerezza di chi, conscio di problemi e situazioni difficoltose, si adopera fattivamente per risolverle. I due inviati di Quindici, però, non vogliono approfittare dell’ospitalità e del tempo loro riservato e tornano alla loro mission. Come siete arrivati qui in Italia? Solomiia: Mio marito è un sacerdote che conosceva una persona che ci avrebbe garantito il viaggio per l’Italia, senza sapere né il quando né la meta. Eravamo spaventati, il giorno in cui dovevamo partire, di sabato, era il mio compleanno ma una donna ci ha chiamati per posticipare la partenza al martedì successivo, vista la mancanza di posti sul bus. Quel giorno ci hanno comunicato che saremmo partiti per Foggia: ciò che sapevamo era che avremmo trovato alloggio in un monastero di Foggia, ma subito dopo sono cambiati i piani, eravamo diretti a Molfetta. Chi e cosa avete lasciato in Ucraina? Solomiia: Abbiamo lasciato alcuni dei nostri affetti, mia madre, mio padre, mio marito, i nostri nonni e i nostri amici. Marta: Io lavoro come agente immobiliare nella mia città, e non è facile sapere, dal punto di vista lavorativo, per quanto rimarremo qui in Italia. Ci hanno detto che saremmo rimasti all’incirca tre settimane qui, ma è già passato un mese dal nostro arrivo; a proposito, terremo un concerto tra il 28, 29 e 30 aprile qui alla parrocchia di San Pio X a sfondo benefico per il nostro Paese, siete invitati! Iryna e Solomiia: Il motivo per cui moltissimi uomini non possono lasciare il territorio ucraino sta nella leva militare imposta dai 18 ai 65 anni: molti di loro non possono militare nella resistenza, ma si fanno volontari e soccorritori, come mio marito, che svolge la funzione di cappellano militare. Com’è stato il vostro arrivo qui a Molfetta? Marta e Bogdan: Appena arrivati in Italia ci siamo sentiti un poco a disagio, è stato strano essere attorniati da una schiera di giornalisti: volevamo lasciarci alle spalle la guerra, ma le interviste non facevano che ricordarcela. Non conoscevamo niente di questo paese, non conoscevamo Don Vincenzo, non sapevamo cosa fare tre settimane in Italia, ma avevamo il desiderio di raccontare la verità: vediamo e ascoltiamo spesso notizie e fatti non veri. Solomiia: Adesso va meglio. Tutti gli ucraini sentono il bisogno di fare del bene ed essere d’aiuto alla comunità, ci siamo rimboccati le maniche soprattutto per ridistribuire i beni basilari dei più piccoli e per questo, l’aiuto di mio marito cappellano militare è fondamentale. Qual è il vostro pensiero sul vostro attuale presidente Zelenskyj? Solomiia: Attualmente abbiamo una buonissima opinione del nostro presidente. Tre anni fa io, personalmente, non lo votai alle elezioni per il suo curriculum da comico, ma riconosco che sta facendo delle grandi opere di sviluppo per il popolo: sta contribuendo ad una mag-giore digitalizzazione del Paese e ha aderito all’iniziativa del Green pass, e altre cose che sono di fondamentale importanza per noi ucraini. Contribuisce a una maggiore digitalizzazione del Paese, ora abbiamo tutti i documenti in un’unica applicazione per smartphone, che ci ha permesso di non fare lunghe code, pagare le bollette e non portare con non stessi molti documenti cartacei. Ha anche costruito strade, combatte la corruzione e ha fatto molte altre cose positive per l’Ucraina nel suo breve termine. Tutto ciò che dice ed esprime, soprattutto attraverso i social negli ultimi tempi, è frutto della sincerità, è lontano dal populismo e sta cercando di mantenere unita e solida la nostra comunità. Marta: Ciò che è importante consiste nel fatto che non abbandona il proprio Paese, parla al popolo giorno per giorno ed è coinvolto in prima persona nel soccorrere e nell’aiutare i suoi concittadini ad evadere. È un presidente coraggioso, anche noi italiani abbiamo un’ottima impressione di Zelenskyj, non è un’immagine lontana e ha davvero a cuore il benessere degli ucraini. Marta: Nei primi tempi del suo mandato, il presidente parlava metà russo e metà ucraino, e questo ci fece perdere un poco la fiducia in lui, ma adesso che ha appreso bene la nostra lingua a volte fa fatica persino a ricordare qualche parola in russo! Siamo un popolo orgoglioso, è importante riconoscere che esiste una sola lingua ufficiale in Ucraina, ci aiuta a mantenere salda la nostra identità. Quali sono, per il momento e per il futuro, i vostri sogni e le vostre speranze? Olesia: Il primo desiderio, quello più importante, è quello di tornare nel nostro Paese e vivere nella serenità, vorremmo veniste anche voi. Marta: Vorremmo finisse tutto e tornare alla semplicità della vita normale, ma siamo coscienti che non ci sarà più la “normalità” di prima, ma nonostante ciò vorremmo ritornare dai nostri affetti e dai nostri amici e goderci la bellezza e la tranquillità del nostro paese, amiamo il nostro paese. Noi siamo coscienti che l’esperienza giornalistica possa essere ripetitiva e difficile per voi, ma vi ringraziamo moltissimo per la vostra disponibilità. Solomiia: Non ci sono problemi, davvero! Apprezziamo il vostro impegno, noi d’altronde abbiamo il compito di fare tutto il possibile per informare al meglio chi ci ascolta e restituire l’ospitalità offertaci e soprattutto contribuire a diffondere verità. Cosa vorreste ancora aggiungere? Vorremmo aggiungere: grazie a tutte le persone, in particolare ai parrocchiani, che hanno portato il necessario per i nostri ucraini! Grazie a Don Vincenzo una settimana fa abbiamo inviato un autobus completo per l’Ucraina. E siamo anche felici di invitare tutti i lettori al nostro concerto di beneficenza del 27-29 aprile nella parrocchia di Don Vincenzo. Tutti i proventi andranno all’acquisto di walkie-talkie, abbigliamento termico e altre cose importanti per accelerare la fine della guerra. Non assistenza quindi ma reciproco supporto, collaborazione. E non è scontato e tantomeno ripetitivo ribadire che occorre demolire il concetto di profughi da accogliere. Essi sono risorsa, ricchezza, vogliono mettere a disposizione la propria professionalità. Sono cittadini ricchi di esperienze. Proviamo ad immaginare noi stessi, protetti dalla nostra vita dorata, al caldo, con il cibo, con indumenti che ci riscaldano, con i figli al sicuro, circondati da amici e parenti che ci amano, nella nostra casa, al lavoro o a scuola. Proviamo ad immaginare che, improvvisamente, dobbiamo scappare, lasciare tutto e non sapere cosa sarà il futuro prossimo venturo. Proviamo a immaginare di avere due ore, solo due ore, per salutare, per preparare un borsone e decidere quali cose esso debba contenere, scegliere cosa portare e lasciare il resto senza sapere se, al ritorno, sarà ritrovato: casa, oggetti, affetti. Proviamo e il nostro concetto di accoglienza cambierà inevitabilmente. Finalmente. Un ringraziamento a queste magnifiche persone che hanno permesso che io entrassi, in punta di piedi, nella loro vita e per aver generosamente lasciato che la mia indolente curiosità prendesse il sopravvento e a Daniele Anaclerio, fotografo e traduttore. Ed un ringraziamento particolare a Don Vincenzo ed alla Parrocchia di San Pio X, per questo incontro che rimarrà il più emozionante della mia esperienza da “giornalista” o presunta tale. © Riproduzione riservata

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