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“La forma delle cose” convincente spettacolo di successo della scuola di teatro “Arteinscena” a Molfetta
Roberta Chieco e Renato Taranto
30 maggio 2026

 MOLFETTA - Può un essere umano modellato come un’opera d’arte? E fin dove può spingersi questa audace e pericolosa operazione soprattutto se il soggetto è inconsapevole? Possono essere accettati gli effetti devastanti di un’azione così cinica e quanto può essere considerata arte e non vivisezione?

E’ un’opera d’arte o una variante di Frankenstein? Sono questi gli interrogativi che lo spettacolo “La forma delle cose” di Neil LaBute - drammaturgo, regista e autore cinematografico americano, presentato a Molfetta, nella propria sede, dalla scuola di teatro “Arteinscena” per la regia di Luisa Moscato -, pone al pubblico scosso per un finale imprevedibile e soprattutto drammatico di una rappresentazione che sembrava svilupparsi sul filo di una commedia. Ritmi veloci, quadri brevi e leggeri, quasi bozzetti sulla scena a cominciare dall’incontro goffo tra i due protagonisti, Evelyn e Adam, dove un corteggiamento travestito da rieducazione estetica, sfiora un eros che ha come finalità la realizzazione di un progetto.

La regia gioca con intelligenza ad accelerare e frenare crudeltà casuali, verità dette come se niente fosse. Un racconto sullo scontro tra etica ed estetica, dove il potere e la manipolazione la fanno da padrone.

Il personaggio maschile, nella sua evoluzione fisica prima che psicologica, dagli abiti all’espressione, attraversa inconsciamente la sua metamorfosi che finirà per togliergli l’anima, l’identità trasferita a un soggetto – oggetto di una manipolazione artistica.

Evelyn (straordinaria interprete Roberta Chieco), invece, nel suo lucido cinismo riesce ad essere credibile agli occhi di Adam (un bravissimo Renato Taranto), tra una studiata cattiveria per accattivarsi la benevolenza del suo modello da plasmare, attraverso un alternarsi di piccole cattiverie mascherate da certa fascinazione intellettuale che incanta la sua vittima.

L’ultimo quadro costringe lo spettatore ad esprimere un giudizio su questa crudeltà mascherata, presentata come naturale azione artistica svuotata di ogni sentimento in quanto finalizzata ad ottenere un risultato che sconcerta.

Ed è nello svelamento della perfidiosa azione, che Evelyn mostra una crudeltà che le sembra naturale, quando è finalizzata ad ottenere un risultato. La realizzazione di un’opera d’arte, poi!
E qui il pubblico riceve uno schiaffo imprevisto e resta indeciso fra il fascino della creazione di un’opera migliore dell’originale e l’indignazione nella scoperta dell’avidità artistica senz’anima.

Alla fine emerge un interrogativo: il vero tema è l’abuso estetico o la vulnerabilità di chi desidera essere guardato.

L’educazione sentimentale del timido Adam (un bravissimo Renato Taranto) che si rivela agli amici Jenny e Philip (Elisabetta Sivo e Michele Albanese, molto convincenti nei loro ruoli) increduli della sua trasformazione e della non nascosta gratitudine verso l’artefice di questa metamorfosi che attraversa territori moralmente ripidi.

Per questo lo spettatore ne esce con più domande che risposte (e questo è un grosso risultato dello spettacolo), anche grazie ad un’interpretazione efficace dei due protagonisti affiancati mirabilmente dalla coppia di amici. Un’ottima regia quella di Luisa Moscato (che eravamo abituati a seguire nelle belle commedie musicali con gli allievi della sua scuola) e che, questa volta, si è cimentata in un testo difficile, che conferma come il teatro abbia ancora la capacità di porre problemi, non solo di rappresentarli. E di far riflettere, un bene prezioso in un mondo dominato dai social che hanno ridotto ogni cosa ad impulso emotivo e a reazioni veloci e istintive.

Nel mondo della post verità le emozioni e le opinioni superficiali e viscerali contano più delle riflessioni ponderate che attraversano il nostro animo rispolverando un umanesimo dimenticato, per rimettere la persona al centro del mondo contro i disumanizzanti algoritmi.

La Trama

La storia ruota attorno a quattro studenti universitari: Adam: un ragazzo insicuro, impacciato, sovrappeso e con una bassa autostima. Lavora come custode in un museo.

  • Evelyn: una brillante, carismatica e provocatoria studentessa d'arte.
  • Philip: l'amico storico di Adam.
  • Jenny: la fidanzata di Philip ed ex fiamma di Adam.
  • Evelyn incontra Adam al museo e inizia a frequentarlo. Spinta da un apparente sentimento, manipola e incoraggia Adam a cambiare radicalmente: perde peso, cambia taglio di capelli, si veste meglio, diventa più sicuro di sé e si fa persino operare al naso. Da ragazzo trascurato, Adam diventa un giovane attraente e affascinante.
Il Colpo di Scena

Nel finale si scopre che tutto il cambiamento di Adam non è nato dall'amore, ma è parte integrante della tesi di laurea in Belle Arti di Evelyn. Evelyn ha letteralmente "scolpito" Adam trasformandolo in un'opera d'arte vivente, dimostrando come si possa plasmare e modificare la forma esteriore di una persona. La rivelazione distrugge emotivamente Adam, rendendolo consapevole di essere stato solo un progetto manipolatorio e un esperimento estetico, gettando luce sull'assenza di morale ed etica nei confronti dell'altro.

  • Omologazione sociale: L'autore critica la società consumistica contemporanea, ossessionata dall'aspetto fisico e dalla necessità di apparire "socialmente accettabili" e conformi.
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