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Foto segnanti del futuro di Molfetta
15 aprile 2022

Queste immagini spiegano meglio di tante parole la situazione politica cittadina. Ancora una volta, cinque anni dopo, a intervenire attivamente nelle vicende locali comunali vi è un attore esterno che decide con quale maschera presentarsi, a quali consorterie locali elargire compensi, incarichi, prebende, quali progetti e finanziamenti approvare. Si tratta del presidente della Regione, Michele Emiliano, che controlla qui in Puglia una parte del Partito democratico e una serie di “ras” locali attraverso il meccanismo delle liste civiche, essendo riuscito attraverso questo schema a digerire e metabolizzare nella sua maggioranza di governo consistenti pezzi di centrodestra oltre che di sinistra (insomma da Forza Italia a Sinistra italiana e Verdi per intenderci). Questo schema determina non soltanto gli equilibri e le azioni di governo regionale ma anche gli equilibri e le azioni di governo delle diverse amministrazioni locali comunali, per cui le mille correnti interne del Partito democratico e le altre correnti “esterne” complicano e destabilizzano la dialettica politica e la attorcigliano attorno a quel magnete – chiamato “Partito democratico” – che oggi rappresenta oggettivamente l’architrave del potere costituito. Questa premessa è obbligata per provare a inquadrare quel che succede, è successo e succederà anche a Molfetta, giusto per dire che i giri di valzer dei vari pacchetti di voti che si spostano da centro a destra e poi di nuovo a centro e anche a sinistra non sono una specificità locale ma un deficit di sistema diffuso in Puglia ma non solo. La specificità locale è che le coalizioni sono formate da trasformisti di ogni risma (fino a poco tempo fa collocati da altre parti politiche) e nulla o poco possono le persone brave e responsabili, che ci stanno nelle coalizioni. Beninteso, le brave ed oneste persone ci sono in tutte le coalizioni, di destra, di centro, di sinistra, di sopra e di sotto. Perchè al di là della legittima e comprensibile propaganda elettorale (o marketing come lo chiamano ultimamente) bisognerebbe evitare rappresentazioni farsesche in cui si dipinge l’avversario politico come il condensato demoniaco di tutte le brutture, di tutte le malefatte, salvo poi parlarci e allearcisi dopo una campagna elettorale. In altre parole, vogliamo dire che non serve dipingere prima Antonio Azzollini, poi Paola Natalicchio, poi Tommaso Minervini, poi magari Lillino Drago come i capi della “peggiore amministrazione” di sempre. Si tratta di un residuo sempre più trito del periodo della Seconda Repubblica caratterizzato dall’accoppiata berlusconismo/antiberlusconismo, male assoluto/bene assoluto, sporchi e cattivi di là, buoni e puliti di qua. Dunque, per fare opposizione a Tommaso Minervini e dare un giudizio politico negativo della sua azione amministratriva non c’era e non c’è bisogno di invocazioni “manettare” e plausi agli elicotteri che arrivano dal cielo o invocazioni giustizialiste. Ci sono ogni giorno da cinque anni ferite aperte e visibili a ogni cittadino che abbia occhi per vedere e, soprattutto, voglia vedere: la piscina ancora abbandonata, l’impianto di compostaggio dei rifiuti organici ancora bloccato, opere pubbliche come piazza Cappuccini e il nuovo mercato del giovedì “eterni canieri” di sporcizia, il parco di Mezzogiorno ancora chiuso (altro che riaperto entro dicembre 2017...), il piano delle coste mai approvato, la crisi del commercio urbano e tante altre criticità a cui in questi anni ha contribuito fattivamente anche il Partito democratico. Per questo proporre alternative all’insegna del semplicistico criterio dell’onestà oltre che essere debole rischia di essere contraddittorio perché davvero quasi tutti dovrebbero prendere le distanze da candidati e coalizioni invischiate sia a livello locale che regionali in indagini varie. Ciò detto, il punto politico è che di coalizioni che individuano e “benedicono” una persona perbene, rispettabile, esperta – come si diceva di Tommaso Minervini cinque anni fa – abbiamo già fatto esperienza in questi cinque anni e abbiamo la prova provata del che cosa accade quando le identità politiche, programmatiche e i princìpi ideali saltano, e tutti o quasi lo rivendicano come un progresso positivo “civico”. E a nulla serve battere sul tasto dell’unità per battere il “nemico”. Del resto lo dimostra la storia delle ultime elezioni regionali: appello al voto per Emiliano contro la destra di Fitto e qualche mese dopo Rocco Palese, ex assessore di Fitto, diventa assessore alla sanità (ultimo di una lunga seria dopo i Di Cagno Abbrescia e i Massimo Cassano) e Saverio Tammacco torna nuovamente nella maggioranza di centrosinistra regionale. Tutti esiti che erano puntualmente prevedibili senza particolari capacità profetiche. Bastava e basta guardare le cose per quelle che sono, non per quello che vorremmo che fossero. Del resto la tendenza alle “larghe intese”, ai “campi larghi”, ai governi di “unità nazionale” guidati da “nonno Draghi”, dopo l’esperienza dell’”austero prof. Monti”, è un tratto costitutivo della Terza repubblica post-democratica. Non rendersene conto e continuare – a sinistra o in quel che ne rimane – a ragionare come si ragionava negli anni ‘90 o Duemila quando vi erano ancora due schieramenti distinti, il centrosinistra prodiano e il centrodestra berlusconiano, è una rinuncia a vedere la nuova realtà politica, è una implicita ammissione di inadeguatezza. Ed è per questo che si ricorre alle formule stantie dell’unità, della responsabilità, del “turarsi il naso”, e a nulla serve scrivere programmi due mesi prima del voto che stridono con le pratiche di questi anni, a nulla servono appelli all’unità e alla responsabilità da parte di chi non si rende conto di questa degradazione politica e anzi contribuisce, seppur involontariamente, ad alimentarla. C’era tutto il tempo in questo lungo anno e mezzo, all’indomani delle elezioni regionali, di organizzare un’alternativa credibile a questo stato di cose, e forse mentre scriviamo c’è ancora speranza, ma altre scelte sembrano essere state fatte. La scelta di un rassicurante ritorno attorno al polo del Partito democratico, sotto l’ala del presidente di Regione, la cui parola, i cui dirigenti, le cui agenzie, i cui incarichi hanno molto più peso sonante delle chiacchiere di questo articolo. Anche chi sceglie il meno peggio motivandolo con il fatto che bisogna scommettere su un cambio degli assetti interni del Partito democratico pugliese, ebbene, si è rassegnato a questo campo di gioco, non riesce a vederne e immaginarne un altro, figuriamoci se ciò possa motivare ed entusiasmare giovani e meno giovani di questa città che ambiscono a riformare la politica e l’amministrazione di Molfetta. Senza contare che guardare a queste elezioni comunali come l’occasione per modificare gli assetti di un partito rappresenta una incredibile inversione dei fini rispetto ai mezzi della politica. Di solito un tempo si interveniva nella vita interna dei partiti, attraverso i congressi e il dibattito interno, naturalmente essendone tesserati, mentre in tanti oggi pontificano sulla vita interna dei partiti non facendone parte, lo fanno a mezzo fb, additando limiti ed errori di comunità politiche di cui non fanno parte, senza incaricarsi d’altronde di testimoniare e praticare forme alternative e magari più competitive di organizzazione politica ma limitandosi alla stanca litania della “società civile” esclusa, inascoltata e non coinvolta dai partiti. Ma torniamo alla abnorme inversione della logica “mezzi/fini”, dunque, una volta si interveniva nella vita democratica interna di un partito per modificarne la linea, perché il partito rappresentava un mezzo, uno strumento in vista del raggiungimento di un fine, di uno scopo ossia il governo di una città, di una regione o della nazione. Oggi invece si afferma candidamente e senza rendersene conto che bisogna appoggiare una coalizione o scegliere un candidato all’amministrazione di una città proprio per avere maggiori carte in mano e “contare” nel regolamento di conti (pardon, nei prossimi congressi) e rimescolamenti del Partito democratico. Congressi che si terranno dopo le elezioni comunali del 12 e 13 giugno e che decideranno gli organismi dirigenti che a loro volta decideranno le candidature alle prossime elezioni politiche. Dunque, si decide la collocazione elettorale in vista di una lotta politica interna a un partito e del resto è questo il motivo principale per cui l’appello- proposta della sinistra costituita da Rifondazione comunista/Compagni di strada, quello rivolto alla costruzione di una coalizione di emergenza democratica alternativa all’amministrazione Minervini, è caduto nel vuoto e non è stato accolto: per altre forze politiche la presenza del Partito democratico era ed è irrinunciabile, anche a costo del bene superiore della città. Bisognava formare una coalizione che avesse come perno il Partito democratico e la benedizione del presidente della Regione. In questo hanno avuto ragione e sono riusciti nella loro impresa non solo il locale circolo commissariato del Pd ma anche il Movimento Cinque stelle (ormai stampella del Pd a quasi tutti i livelli) e le varie liste civiche, da Senso Civico a Rinascere. In questi giorni forse si capirà se anche Sinistra italiana e Area pubblica si collocheranno in questo spartito. È dunque davvero obbligato rassegnarsi al fatto che dopo cinque anni si ripresenta il presidente della Regione e ripropone un›altra volta la stessa solfa con la stessa prosopea? Rassegnarsi alla continuazione del malgoverno e del trasformismo elevato a metodo politico nella formazione di coalizioni intercambiabili? Rassegnarsi al meno peggio e all’astensione? Urgerebbe uno scatto di protesta e di indignazione, per dire “No, grazie”, per testimoniare una dignità necessaria per resuscitare la speranza nella politica radicalmente trasformatrice. Ma per questo bisogna avere ed osare pensieri lunghi, non solo nella prosopopea convegnistica lontano dalle scandenze elettorali ma anche in occasione di passaggi elettorali difficili. Ma è anche vero che se “Il coraggio, uno, se non ce l’ha, mica se lo può dare”. © Riproduzione riservata

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